martedì 31 dicembre 2019

"gli anni duemiladieci"


Prologo

Per una qualche ragione genetica ho sempre subìto il fascino dei numeri, soprattutto quando si parla di cose oggettivamente insensate (utili solo per certe analisi socioculturali) tipo  "i cinquant'anni" o "gli anni ottanta" o, nel caso specifico, "gli anni duemiladieci". Si tratta di raggruppamenti simbolici che servono a catalogare con intenti benevoli ma che finiscono poi nel mucchio dei luoghi comuni con tutto quel che ne consegue. Oltre a tutte le cose più o meno rilevanti, ho trascorso gli anni duemiladieci scappando dal web 2.0, dalla sua pervasività e dalle oramai strutturali modifiche apportate alla socialità umana e all'organizzazione del tempo. In poche parole, sono scappato dallo smartphone. I motivi sono tanti ma riconducibili ad uno solo: sono uno snob asociale, misantropo e pure vegetariano (pazienza vegano, che bene o male va di moda, ma vegetariano no, dai, è proprio andarsela a cercare). Anzi no, aspetta un attimo, riformulo meglio: non ho lo smartphone perchè di mio sono già abbastanza invornito (s.m. dal dialettale invurnì: intontito, rimbambito) e non voglio essere continuamente distratto da notifiche, messaggi, eccetera. E poi diventerei dipendente. Dice: ma non ci guardare. Certo, compro una macchina poi la lascio in garage. Ma va là. Il problema è però che apparentemente la gente fatica a trovarmi e resto tagliato fuori. Ma sarà proprio così? Mmmh, bel dilemma. Ci penserò.

Detto questo, veniamo alle necessarie classifiche di fine decennio, un attimo prima che i film orizzontali e gli album musicali vengano spazzati via.

SERIE TV
Inutile dire che rappresentano il boom di questo periodo e il futuro stesso della narrazione per immagini in movimento, purchè si mantengano a distanza di sicurezza dall'effetto soap opera, atto ad agganciare gli spettatori facendo leva su pigrizia e dipendenza.
Per me il massimo è stato Black Mirror che, al di là della qualità media piuttosto alta, è stato in grado di parlare di contemporaneità utilizzando la buona vecchia distopia e stimolando il benedetto spirito critico.
A proposito di distopia, è stato difficile restare indifferenti a proposito di The Handmaid's Tale, con la sua spaventosa visione di una dittatura maschilista e le donne ridotte al rango di incubatrici.
La nostalgia anni ottanta ha visto il suo apice in Stranger Things, vero e proprio omaggio al cinema fantastico di Spielberg e compagnia bella.
Sempre a quegli anni, ma più seriamente, si riferisce This Is England di Shane Meadows, che ha espanso il film omonimo proponendo un vero e proprio viaggio nel tempo e nella cultura british. E P'tit Quinquin di Bruno Dumont? Uno spettacolo grottesco e surreale ambientato a Pas-De-Calais, tra trattori, mare, omicidi e spettacolari attori non professionisti: commovente.
Parlando di italì, Dov'è Mario? rappresenta l'ultimo domicilio conosciuto di Corrado Guzzanti, che mi manca moltissimo in questi tempi oscuri e confusi.
La serie cartoon migliore di tutte è The Amazing World Of Gumball di Ben Bocquelet, caleidoscopio esplosivo con tempi comici perfetti e l'immaginazione sempre al potere.
Come revival, direi che mi sono molto divertito con le nuove avventure del Doctor Who: un giro a bordo del TARDIS mi ci voleva proprio.

FILM
Di quelli che ho visto (al netto del delirio per la resurrezione del mondo Star Wars, con tutte le sue implicazioni nerd-generazionali) direi che mi sono rimasti impressi questi qua sotto (in ordine alfabetico).

Oro

Get out (Scappa) di Jordan Peele
Her (Lei) di Spike Jonze
Inside Out di Pete Docter
Jojo Rabbit di Taika Waititi
Kona fer í stríð (La donna elettrica) di Benedikt Erlingsson
Moonrise Kingdom di Wes Anderson
Roma di Alfonso Cuarón
Three billboards outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) di Martin McDonagh
Us (Noi) di Jordan Peele
Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo (Ōkami kodomo no Ame to Yuki) di Mamuro Hosoda

Argento

Booksmart (La rivincita delle sfigate) di Olivia Wilde
Boyhood di Richard Linklater
Frances Ha di Noah Baumbach
Gravity di Alfonso Cuarón
Lady Bird di Greta Gerwig
Le Tout Nouveau Testament (Dio esiste e vive a Bruxelles) di Jaco Van Dormael
Parasite di Bong Joon-ho
The Ballad of Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen
The Florida Project (Un sogno chiamato Florida) di Sean Baker
The shape of water (La Forma Dell'Acqua) di Guillermo del Toro
Visages villages di Agnès Varda e JR

Bronzo

A girl walks home alone at night di Ana Lily Amirpour
Arrival di Denis Villeneuve
Eight Grade (Terza media) di Bo Burnham
Guardians of the Galaxy (Guardiani della Galassia) di James Gunn
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
La mafia uccide solo d'estate di Pif
Paterson di Jim Jarmusch
The man who killed Don Quixote (L'uomo che uccise Don Chisciotte) di Terry Gilliam
Toni Erdmann (Vi Presento Toni Erdmann) di Maren Ade
Shoplifters (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore'eda
Your Name. (Kimi no na wa.) di Makoto Shinkai

MUSICA
I primi dieci rappresentano il mio sforzo di inquadrare questo decennio dandogli una certa personalità, ben conscio che il grosso del pubblico ascolta ben altro: trap, it-pop, new r'n'b, eccetera. Nei secondi e terzi dieci affiora qualche dinosauro che mostra quanti anni ho.

Fiona Apple - The idler wheel is wiser than the driver of the screw and whipping cords will serve you more than ropes will ever do
Phoebe Bridgers - Stranger in the alps
Billie Eilish - Don't smile at me / WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?
PJ Harvey - Let England shake
Idles - Joy as an act of resistance
Sun Kil Moon - Benji
Sufjan Stevens - Carrie & Lowell
Kate Tempest - Let them eat chaos
Sharon Van Etten - Remind me tomorrow
XX - I see you

Alt-j - Relaxer
David Bowie - Blackstar
Nick Cave & The Bad Seeds - Push the sky away
Nick Cave & The Bad Seeds - Skeleton tree
Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi - There is no other
Jamie XX - In colour
Low - Double negative
Sleaford Mods - Divide & exit
Snail Mail - Lush
The Breeders - All nerve

Christine & The Queens - Chaleur humaine
Dinosaur Jr - Give a glimpse of what yer not
Lee Scratch Perry - Rainford
My Bloody Valentine - m b v
Bob Mould - Beauty & ruin
Omar Souleyman - Wenu wenu
Underworld - Drift Songs
Vampire Weekend - Modern vampires of the city
Wire - Silver/Lead
Wolf Alice - Visions of a life

Epilogo

Poco tempo fa, in un giorno come tanti, ho udito mia figlia chiamarmi come se fossero appena sbarcati gli alieni dicendo con orgoglio "Vieni a vedere!!! Ti hanno messo su *nome del più importante servizio internet geografico*!!!". E mi vedo proprio lì sul malefico schermo, fotografato in macchina davanti all'ingresso di casa, intento a farmi gli affari miei. Per sempre.


domenica 29 dicembre 2019

Dischi importanti: Pixies - Doolittle

Vaughan Oliver se ne è andato. Era un grande grafico e a lui si devono molte classiche cover di album dagli anni ottanta in giù, soprattutto per la benemerita 4AD. Desidero ricordarlo per il booklet di Doolittle dei Pixies, uno dei miei tre-quattro album della vita. Sul finire dei vituperato decennio postmoderno lo ascoltavo incessantemente, come ho già scritto qui. Da qualche mese è uscito il loro disco nuovo e non è neanche male, li volevo persino andare a vedere a Bologna ma la vecchiaia me lo ha impedito. Oh, capiamoci subito: io faccio parte della fazione "Senza-Kim-Deal-non-sono-i-Pixies", ma lasciamo stare questo argomento perchè il discorso sarebbe più lungo e più inutile del solito. I Pixies, dicevo. Ecco, forse a livello di alternative rock americano 80-90 ho macinato più strada con i R.E.M. e gli  Hüsker Dü, ma i Pixies per me sono stati comunque fondamentali perchè al momento giusto (trent'anni fa esatti) vennero da un altro pianeta e me lo fecero pure visitare. Nell'anno di grazia 1989 passavo più tempo da Muzak che a casa mia e, dopo aver studiato per bene i "classici", restavo in paziente attesa del mio disco generazionale. Ascoltavo con grande passione un sacco di roba, ma ero sempre un filo in ritardo, fuori tempo, sfasato, non in sincrono (ok, credo che ci siamo capiti): la cosa durò fino all'uscita di Doolittle. A dire il vero lo comprai qualche mese dopo l'uscita, ma a quei tempi non c'era l'attuale ansia anticipatoria compulsiva e poi non era - tipo - l'ultimo di Madonna (che avrebbe avuto una immediata e capillare copertura mediatica, anche senza i benemeriti social). E poi, chi li ascoltava a Russi 'sti Pixies? Io, Roto e (forse) qualcun'altro. Fatto sta che, letta una qualche recensione, Doolittle mi incuriosì talmente tanto che ben presto lo ordinai e mi misi in trepida attesa. Arrivò, lo comprai (dettaglio non irrilevante) e me lo portai a casa. Cominciai a venerarlo già a partire da quel bel libretto pieno di foto virate seppia aliene ma familiari, poi misi il cd in cuffia e ciao.

Debaser. Giro di basso infantile e squadrato ma seminale come pochi, frase di chitarra da inno nazionale, batteria spietata e parte la voce invasata ma molto seria di Black Francis che tira in ballo Luis Bunuel e i suoi occhi tagliati con la lametta. Il pezzo è un ottovolante con pieni, vuoti, stop & go, progressioni e catarsi conclusiva. "Maestra, cos'è l'indie rock?" "Debaser, ragazzi.".

Tame. Il pezzo più isterico che io abbia mai sentito: mai fuori dalle righe, ma fuori da tutto. Un mix fra il pop sixties e il grindcore. Le due voci sono una il perfetto contraltare dell'altra e l'effetto è un capolavoro. "Maestra, qual'è il pezzo migliore per pogare?" "Tame, ragazzi.".

Wave of mutilation. Un titolo dark per un pezzo punk-surf (tra l'altro la versione lenta è forse ancora più bella).

I bleed. Si tira un po' il fiato ma fino a un certo punto. Una cantilena deviata e bella carica.

Here Comes Your Man. Sorpresa! Una canzone di quelle vere, con melodia, ritornello e tutto quanto. Pezzo commovente.

Dead. Si torna a fare legna con qualche reminescenza Capt. Beefheart (non so perchè ma in questo pezzo ce l'ho sempre sentito).

Monkey Gone to Heaven. Che dire? L'ho sentita fino alla nausea, ma quando dice che se l'uomo è cinque il diavolo è sei e se il diavolo è sei allora dio è sette... è molto convincente, ecco.

Mr. Grieves. Alla fine questo forse è il mio pezzo preferito di Doolittle: nel giro di due minuti scarsi passa dal reggae (per modo di dire), al rockabilly, al blues. Il tutto con un tiro impeccabile.

Crackity Jones. "Maestra, qual'è il pezzo migliore per pogare?" "Crackity Jones, ragazzi." "Ma maestra, non era Tame?" "Prima una, poi l'altra, ragazzi.".

La La Love You. Per la serie: facciamo cantare al batterista un pezzo da balera (con tanto di fischio) e facciamola franca.

No. 13 Baby. Alla fine questo forse è il mio secondo pezzo preferito di Doolittle: serio e tosto, con un finale strumentale che vorrei durasse all'infinito.

There Goes My Gun. Riempitivo western? Ma ce ne fossero! I cori a due voci sono splendidi.

Hey. La pausa di sospensione dopo il primo "Hey!" ferma il battito cardiaco, poi parte un lentone distorto che fa cantare anche le pietre.

Silver. Pezzo di Kim Deal, ambientazione tipo città fantasma nel deserto e pelle d'oca.

Gouge Away. L'unico finale possibile per un disco del genere, ancora urla, chitarre, coretti e la voglia di rimettere su il disco dall'inizio.

P.S. Chiedo scusa, ma sono stato volutamente di parte. Al cuor non si comanda.

mercoledì 11 dicembre 2019

Riserva speciale 2019

















GHIANDE DI PRIMA SCELTA

Billie Eilish - WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?
Sharon Van Etten - Remind Me Tomorrow
Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi - There Is No Other
Lee Scratch Perry - Rainford / Heavy Rain
Fontaines D.C. - Dogrel
Kim Gordon - No Home Record
Coma_Cose - Hype Aura
The Specials - Encore
Meat Puppets - Dusty Notes
Underworld - Drift Series 1 Sampler

SECONDA SCELTA

Pixies - Beneath The Eyrie
Violent Femmes - Hotel Last Resort
Iggy Pop - Free
The Dream Syndicate - These Times
IDLES - Mercedes Marxist / I Dream Guillotine
Vampire Weekend - Father Of The Bride
Slowthai - Nothing Great About Britain
Kate Tempest - The Book Of Traps And Lessons
Trash Kit - Horizon
PicaPica - Together And Apart

mercoledì 27 novembre 2019

Dub, dub, dub






















Si può dire? Il reggae non va più di moda. Se chiedi in giro ti dicono che è roba per gli scoppiati di mezza età che frequentano i centri sociali (sempre che esistano ancora, gli scoppiati e i centri sociali). E dire che una volta, alla fine di quasi tutti i concerti, partiva immancabilmente Legend di Bob Marley e tutti belli rilassati. Oggi va forte il reggaeton, ma non ne voglio parlare se no farei la figura del vecchio che non capisce la modernità e mi salirebbe la pressione. In realtà a me, poi, del reggae interessa più che altro il suo derivato più creativo, cioè il dub. L'ho scoperto tardi, precisamente il 25 aprile del 1995 ad un concerto degli Almamegretta a Parma, ma da allora ciclicamente ne faccio uso a scopo ricreativo e pure terapeutico. Il dub nasce come remix del reggae, spolpando quest'ultimo per tenere quasi solamente il "riddim" (basso profondo e batteria ipnotica) aggiungendo echi e riverberi su parti minimali di voce, chitarra e altri strumenti (da non dimenticare la fondamentale melodica). Molti storici remix dub sono stati creati direttamente dal vivo dal bancone del mixer, giocando con i cursori alla "buona la prima" e via. Questa roba mi fa viaggiare e star bene senza bisogno di additivi. Il mio (e non solo mio) mito è Lee "Scratch" Perry, pioniere della musica giamaicana tutta e fondatore dei mitici Black Ark Studios (pare li abbia anche bruciati intenzionalmente, ma questa è un'altra storia). Quest'uomo è ancora in giro nonostante abbia un migliaio di anni e ogni tanto dia l'impressione di essere non sulla Terra ma su un'altra galassia. Quest'anno con l'aiuto di Adrian Sherwood (uno che di dub se ne intende e non poco) ha fatto uscire due album: Rainford e Heavy Rain (remix del primo con vari ospiti di prestigio). Una meraviglia per le mie orecchie e contro il logorio della vita moderna, che mi dà modo di perdermi fra gli spazi vuoti fra un suono e l'altro e ciondolare a bordo di una linea di basso proveniente dal cuore dell'universo.

mercoledì 20 novembre 2019

Rapid Sonic Youth Movement

In occasione dell'uscita della ristampa di Monster e dell'album solo di Kim Gordon (sorprendentemente buoni lavori entrambi) mi sono reso conto che, quando questo decennio era agli albori, R.E.M. e Sonic Youth erano ancora dignitose entità viventi nonostante gli splendori artistici fossero ormai alle spalle. Sono due dei gruppi che ho avuto modo di vedere dal vivo più spesso e mi hanno accompagnato per un lungo periodo delle mie scorribande musical-esistenziali: i R.E.M. come massima espressione del pop-folk-wave e i Sonic Youth alfieri dell'art-noise-rock. Entrambi legati ai Velvet Underground ed entrambi "ammericani", anche se in senso alternativo. Fino a dieci anni fa era diventata un'abitudine aspettare i loro nuovi lavori, fondamentalmente per andare ai concerti e perpetuare un rituale socioculturale probabilmente sostitutivo di una qualche religione o, più prosaicamente, del tifo per una squadra di calcio o simili. Improvvisamente chiusero baracca entrambi: i R.E.M. perchè non avevano più niente di nuovo da dire e non avevano bisogno di diventare gli Stones indie (per quello ci sono i Pearl Jam) potendo permettersi di campare di rendita, i Sonic Youth per un motivo più personale (la fine della coppia Gordon-Moore). Nel giro di poco mi sono quindi ritrovato orfano: l'uscita di Kim Deal dai Pixies e la scomparsa di Grant Hart degli Husker Du hanno poi chiuso definitivamente la porta su una parte importante della mia giovinezza e mi sono ritrovato con i capelli brizzolati (cit. carta d'identità) e più anni dietro che davanti. Resta il tenero ricordo delle bevande caldo-borghesi consumate dai sonici nei camerini del palazzetto di Cesena (mentre noi andavamo di sangiovese) e dell'ultimo tour di Stipe e soci con Bill Berry in formazione, quando Marlo mi scrisse "Let me in" sulla t-shirt arancione. Alè, chiusa la pratica nostalgia.

lunedì 18 novembre 2019

A sò curiós

Weekend novembrino epocale nella cittadina di provincia dove ho la residenza: a Russi si è svolto il Festival Della Curiosità, una scommessa vinta dalla nuova amministrazione assieme alla cosiddetta "comunità artistica locale". Ora, essere definito artista mi può anche stare bene, ma ovviamente mi imbarazza e come minimo la "a" la considero minuscola. Come ha detto Matteo Scaioli al termine della performance sonica che ha chiuso il festival: siamo tutti artisti e i più fortunati di noi riescono a trovare il modo giusto di esprimersi. Una delle mie solite canzoncine cenerentola (A sò curiós) è stata fatta diventare una regina grazie a Marco Zanotti, Francesco Cimatti e Duna. Durante la Parata Dei Curiosi sembrava un inno nazionale: sono frastornato e faccio fatica a credere che sia successo veramente, ma come sempre invito chiunque a provarci, perchè se ci son riuscito io... Con la Giulia (Torelli) e Duna abbiamo poi riempito la biblioteca con lo spettacolo Non lo sapevo, mix di arte e scienza con una forte impronta hip-hop (breakdance, writing e rap abbinate a logopedia, biologia marina e leggi della fisica). C'erano anche i Jean Fabry (special guest Maria Giulia Salvatori) e abbiamo persino avuto il coraggio di fare una versione rap de I pappi dei pioppi con botta e risposta del pubblico. La vita, come sempre, si rivela piena di sorprese. Basta essere curiosi.

lunedì 30 settembre 2019

Lettera a Greta Thunberg















Cara Greta,
ho visto quanto eri incazzata alle Nazioni Unite e mi son preso paura. Ce l'avevi proprio con me e con quelli della mia generazione e ho capito che non ci perdonerete mai e ce la farete pagare. Cosa vuoi che ti dica? Hai ragione, avete ragione. Ricordo con tenerezza quando votai per la prima volta e apposi la crocetta sul simbolo del Sole che ride: altri tempi, c'era appena stata Chernobyl (che adesso è solo un telefilm) e la paura delle scorie nucleari aveva mobilitato le coscienze. La colpa era degli industriali cattivi e dei politici corrotti, bersagli facili negli anni ottanta hollywoodiani, quando non esistevano i toni grigi, le sfumature, i dubbi esistenziali: esistevano in musica, magari, e in qualche film d'essai che noialtri sfigati-alternativi correvamo a guardare in cerca di riferimenti culturali a noi affini, per sentirci dalla parte giusta della strada di periferia che avevamo cominciato fieramente a percorrere. Poi, i più fortunati di noi sono invecchiati (fuori e/o dentro) e nei tempi recenti, dopo anni di macchine a metano, di borracce ecosostenibili e di pellegrinaggi ai cassonetti della differenziata siamo finalmente arrivati qui: a guardare sconsolati proprio dentro a quei cassonetti, rimirando la stupidità umana al massimo del suo splendore, accontentandoci di trovare i rifiuti almeno dentro (anche se quasi sempre al posto sbagliato) e non al di fuori, come in attesa di astronavi aliene in cerca di reperti di una patetica civiltà sull'orlo dell'estinzione. Certo, che ci estingueremo. Succederà nonostante le trasmigrazioni su altri pianeti, succederà nonostante il raggiungimento della vita eterna (reale o virtuale) e il ginko biloba ci seppellirà tutti, prima di andarsene anche lui per poi tornare ciclicamente negli anfratti dello spazio-tempo, fermo eppur sempre in perpetuo movimento. Detto questo, fai bene ad avercela con noi e non badare a chi ti attacca dall'alto di una inesistente maturità aspettandoti al varco alla prima caduta, al primo errore umano, alle prime avvisaglie di trasformazione in caricatura. Ma chi se ne frega, come dicono quelli che si vantano delle proprie zozzerie ambientali: rimarrà nella irrilevante storia dell'uomo  le tua incazzatura di quel giorno, a perenne memoria della nostra imperfezione e inutilità.
                                                                       Melampo
                                                                      
                                                                                                      

domenica 15 settembre 2019

VENTICINQUE

Ogni tanto bisogna fare mente locale e riconoscere la fortuna che si ha. Essere nato in questo periodo storico, in questa parte del pianeta Terra, ha fatto sì che mi trovassi una sera di settembre dell'anno 2019 nella città di Forlì (Romagna, Italia) per celebrare i venticinque anni di attività dei Jean Fabry, il gruppo "musicale" di cui ho l'onore di fare parte. Venticinque anni fa era il 1994: Silvio Berlusconi ci mostrò quanto fosse facile passare dalle televendite al potere politico, il povero Kurt Cobain ci mostrò ancora una volta che soldi e successo non fanno necessariamente la felicità e internet era ancora fantascienza. In quegli anni chi era appassionato di musica poteva ancora giocare con i concetti di "mainstream" e "alternativo" e soprattutto si poteva ancora dichiarare pubblicamente che non ti piacevano i Queen senza essere linciati. Io, Pappi e Marlo eravamo già vecchi ma cominciammo a fare quello che i dettami del punk dicevano: tutti possono mettere su una band. E così fu. Sempre in quell'anno incontrammo il Maestro Giovanni Fabbri in arte Jean Fabry, che con il suo entusiasmo naif ci diede l'ultima spintarella ed eccoci ancora qua, dopo un quarto di secolo, a far finta di suonare. E' chiaro che, senza l'aiuto di tutti gli amici che ci hanno preso in simpatia lungo la strada, saremmo già tornati nei ranghi e non finiremo quindi mai di ringraziare sentitamente chi ha assecondato la nostra beata incoscienza. Detto questo, quello che è andato in scena ieri sera davanti ai Musei San Domenico è stato un evento - attenzione, partono le iperboli - epocale, irripetibile e commovente. Diamo i numeri: due ore e mezza di spettacolo, tipo i Cure o Vasco Rossi, davanti ad amici/parenti/perfetti sconosciuti con l'enorme apporto dei fonici delle Tre Civette che hanno dovuto fare i miracoli per farci sembrare quasi un gruppo vero e non il branco di sprovveduti che in realtà siamo; venticinque pezzi tratti da tutto l'arco della nostra "produzione" (riesumazioni preistoriche come Nero, La grande tavana, La liturena e un pizzico di Capra & Cavoli con Dove si nasconde il camaleonte); svariati momenti di "rilassatezza" (leggasi i soliti discorsi a vanvera con la solita complicità del pubblico). Sul palco con noi: l'immancabile Sindaco Molinari, che ha orgogliosamente proposto la sua versione della nostra Quant ridar più La Balilla in romagnolo; Miguel degli MM40, con il quale abbiamo duettato (!) su Come together (per i 50 anni di Abbey Road dei Beatles) e su Rotoballe; grande ritorno di Giulio al rullante selvaggio per spingere l'acceleratore verso lidi sempre più noise (abbiamo rispolverato addirittura Zavaglio generale, in versione tascabile ma pur sempre pregna di nessun significato); dulcis in fundo Mauro Cavalazzi al sax (ci siamo conosciuti giusto ieri grazie a Francesco, già colpevole di averci contattati per la serata) che si è esibito con noi in una incredibile (in ogni senso) versione di Ginko biloba, a dimostrazione che, nonostante tutto, il mondo ha ancora bisogno di punk mentale.

venerdì 13 settembre 2019

Vecchie glorie del rock locale

L'idea era quella di ricordare Muzak, il negozio di dischi che negli anni ottanta a Russi di Romagna divenne ben presto un salotto dove parlare di musica, cinema, libri e altre robe attualmente in via di estinzione. Con alcuni degli avventori storici abbiam messo su una serata musicale in cui ognuno faceva un po' quello che gli pareva: il Maestro Carnevali, per dire, ha eseguito all'ocarina una selezione di brani di Morricone; Frassi e Balducci sono andati su Neil Young, Simon & Garfunkel e via dicendo, Gilò ha fatto dei pezzi suoi (con sua sorella Gloria) più "Ho veduto" dei New Trolls su espressa richiesta di Deny. Quando quest'ultimo ha detto due parole sui tempi che furono, mi son cavato la voglia di accennare in sottofondo "Bad moon rising" dei Creedence poi, come al solito, mi son calato nella parte "alternativa". Assieme a Gello (sax) e Sintini (basso, contrabbasso, chitarra) siamo passati da "A vrebb t'foss aquè" (i Pink Floyd in dialetto romagnolo, provenienti dallo spettacolo Linguaza) ad un pezzo composto per l'occasione ("Bar Muzak", dove ho cercato di tornare indietro di trent'anni e al tempo immobile passato sulle poltrone del negozio), fino a spingerci a "L'avvelenata" di Guccini (il famoso "pezzo con le parolacce" che si metteva su di nascosto sui pullman delle gite parrocchiali), "Ottocento" di De Andrè (dove un malefico rospo in gola mi ha impedito di fare uno yodel come si deve) e - sacrilegio - "Smoke on the water" senza chitarra e con voce baritonale. Bella serata, nostalgia a go-go e curiosità suscitata in chi non aveva idea di cosa stessimo parlando. Sul "Carlino" ci hanno chiamati "vecchie glorie del rock locale" e mi son sentito di dover puntualizzare che magari vecchi sì, ma rock anche no. Bravetti, con la sua bella t-shirt "Punk mentale" (pezzo unico) ha applaudito convinto.

venerdì 9 agosto 2019

Papaveri a Stonehenge

Non sono un gran viaggiatore. Come tutti, ho sempre idealizzato posti più o meno lontani con l'intenzione prima o poi di visitarli per conoscere mondi diversi dal mio e incentivare la mia apertura mentale. All'atto pratico però, per raggiungere i medesimi obiettivi, mi sono sempre "accontentato" della Romagna, dell'Emilia e tutt'al più della Toscana. Dice: l'importante non è la meta, è il viaggio. Beh, allora di viaggi me ne sono fatti anche troppi e sono stati anche educativi, oltre che ricreativi. Il mio limite è sempre stato quello geografico e ormai non ho più l'età per un certo tipo di approccio. Con un certo sforzo, nell'ultimo decennio ho comunque affrontato qualche (banale?) sortita a Parigi e a Londra e devo dire che qualcosa mi son comunque portato a casa. Arrivando al punto: la settimana scorsa ero a Stonehenge. Se ci fossi andato con la testa dei vent'anni avrei avuto visioni mistiche di druidi volanti e sarei stato convinto di sentire musica rituale preistorica proveniente da ogni angolo della piana. Oggidì, i miei occhi da vecchio hanno visto l'ennesima processione di gente di ogni parte del globo intenta a farsi un selfie senza manco darsi la possibilità di fare un bel respiro profondo e capire dov'erano. Con tutto il rispetto, potevamo essere alle saline di Cervia che era uguale, ecco. Ovviamente anch'io ho fatto le mie brave foto e miei bravi video per poter dimostrare (soprattutto a me stesso) di essere stato in prossimità di quei pietroni. Però, qualcosa di importante mi è successo. Mi sono reso conto finalmente di essere ad un'altra latitudine (quindi lontano dai miei posti) perchè tutt'attorno c'erano grano e papaveri. In agosto! Lo so che son scemo, ma mi ci è voluto questo dettaglio per rendermi conto di essere veramente via da casa. Da bravo pessimista, ho però cominciato a provare pena per questo piccolo pianeta tondeggiante, da noi sfruttato e spremuto fino all'ultimo come se le sue risorse fossero eterne. Ho realizzato che con i voli low-coast lo abbiamo trasformato in una enorme Mirabilandia dove collezionare il maggior numero di attrazioni possibile piantando la nostra bandierina per farlo poi sapere a chiunque (soprattutto agli sconosciuti, basta che mettano un bel like), sentendoci rassicurati dai familiari marchi commerciali, uguali dappertutto, da Salisbury a Russi. Poi scriviamo diligentemente i giudizi sui social con l'intenzione un po' delatoria e impicciona di "aiutare" altri come noi a non rischiare, non sbagliare, non sporcarsi, non fare brutte figure. No surprises! Nel bel mezzo di questi allegri pensieri, è giunta provvidenzialmente in mio soccorso l'ultima riserva di romanticismo naif che tenevo da parte per occasioni come queste: ho finalmente apprezzato l'immensa distesa di rotoballe britanniche (uguali alle nostre, ma vuoi mettere?) e i cartelli stradali sbirciati dal finestrino che spalancavano immense praterie nel mio cervello arrugginito: Yeovil (PJ Harvey!), Bristol (Portishead! IDLES!), Swindon (XTC!), Reading (Reading!) e via di psicogeografia musicale. Quando poi dalla radio del pullman invece di Vasco Rossi è partita Teenage kicks sono stato persino contento.

lunedì 15 luglio 2019

Quand'ero piccolo ascoltavo Capodistria






















Quand'ero piccolo era normale ammirare con stupore la generazione dei miei nonni, che era passata dalla stalla alla televisione e dal biroccio all'automobile. Quand'ero piccolo non avrei mai immaginato che nel 2019 invece delle astronavi avremmo avuto gli smartphones. Insomma: quand'ero piccolo ascoltavo Capodistria. In particolare, la trasmissione più ascoltata di Radio Koper Capodistria era quella dell'ora di pranzo: Musica per voi, dove gli imperturbabili speaker dedicavano a grandi e piccini con "un trenino di auguri" i classici della canzone popolare (immancabili Mamma, Romagna mia e Bandiera Rossa). Ieri, durante l'esibizione dei Jean Fabry sulla bella spiaggia del Quevida, ho costretto il Sindaco Molinari a fare outing: lui fu destinatario in svariate occasioni dei sopracitati auguri radiofonici, da bambino fino addirittura a militare. Cosa significa tutto questo? Non lo so. Forse che il mondo fra cinquant'anni sarà irriconoscibile? Me lo auguro, sperando che di questi tempi moderni resti solo memoria delle cose importanti (che al momento mi sfuggono). Comunque, solito concerto dei soliti Jean Fabry (col rientrante Pappi) con prima esecuzione "di gruppo" del brano Radical twist con tanto di Molinari ancheggiante (fortuna che non c'era tanta gente, va là). La genesi di questo pezzo è da ricercarsi in una mia sconfortata reazione al consueto (oramai) attacco "politico" ai "radical chic" o "intellettuali" o "giornalisti" che dir si voglia, cantando e ballando in modo incongruo ma sincero. E vabbè. Per il resto, solito mix di classici (per noi) e cover lunatiche, errori, problemi tecnici, momenti di gloria, bis richiesti per pietà e Marlo che ha finalmente confessato: "Me ne accorgo solo sul momento, se sono ispirato o no". Una svolta radicale.

martedì 9 luglio 2019

Cielo di polistirolo

Marlo mi fa "Facciamo In heaven?" e io "Quella di Eraserhead? Quella di Lynch? Quella che han fatto anche i Pixies?". La risposta a questa serie di domande retoriche è: sì. Tra l'altro ci sta, perchè quest'anno al Festival delle arti di Cervia il tema è il paradiso dantesco. Siamo stati nuovamente invitati e come al solito non abbiamo potuto rifiutare. Purtroppo però Pappi non poteva e allora abbiamo spinto sull'acceleratore dell'avanspettacolo - diciamo così - eccentrico. Ecco: la parola "eccentrico" si traduce in romagnolo con lo splendido "uriginél", cioè "originale" ma in senso politically correct per evitare di usare il probabilmente più consono "pazzoide". E' un appellativo di cui mi piacerebbe potermi fregiare ma che non sento di meritare fino in fondo, forse mi ci avvicino solo quando sono parte dei Jean Fabry (lui sì che era uriginél, tra l'altro) e ho la fissa di metter su prima o poi un festival con questo nome radunando romagnoli dalla creatività un po' "alternativa": per ora mi accontento di chiamare Uriginél questa serata cervese (agganciandomi in modo rabberciato al peccato originale dell'Eden). Abbiam messo dentro un po' di tutto: da recuperi preistorici come Nero e La grande tavana (mancava il vento del Korg di Pappi, però) a pezzi da Radical twist, da roba mia intima mai eseguita (tipo Ampi sprazzi di sereno) alla versione romagnola di Knockin' on heaven's door (tratta dallo spettacolo Linguaza con Radio NK), da When the saints go marching (dove Marlo ha visto la luce) a quella A zonzo cantata da Alberto Sordi quando doppiava Ollio e noi eravam piccoli e guardavamo Le comiche il sabato dopo pranzo eccetera eccetera. Insomma, in paradiso ci siamo davvero finiti anche perchè abbiamo finalmente cantato insieme a Miguel degli MM40, Orazio ci ha chiesto ben due bis e soprattutto perchè Marlo ha portato da scuola due paia di ali di polistirolo che abbiamo indossato con orgoglio per gran parte dello spettacolo. Amen.

domenica 30 giugno 2019

Folk

Al di là del pop-rock-indie o come lo vogliamo comunque chiamare, ho sempre ascoltato del folk. Dall'irlandese all'italiano, dai vecchi blues all'est europeo, eccetera. Poi hanno cominciato a chiamarla "world music" e non sapevi più in che reparto cercare. Comunque: oltre al punk, è stata la (relativa) semplicità di alcune antiche ballate a farmi imbracciare la chitarra per mescolare il suo suono a quello della mia voce non proprio accademica. Mi è sempre venuto spontaneo considerare la musica folk come figlia delle comuni radici umane, indipendentemente dalla provenienza geografica. Recentemente ho sentito un disco che non solo si basa su questo principio, ma che riesce anche a non risultare una pallosa lezione etnomusicologica. Senz'altro esperimenti di questo tipo sono già stati realizzati mille volte e non si può certo parlare di "novità", ma questo lavoro mi è proprio piaciuto subito molto, perchè mi pare assolutamente non forzato e pienamente riuscito nell'intento di mettere insieme suoni di tradizioni diverse in maniera genuina e "sensata". L'album è "There is no Other" dell'americana Rhiannon Giddens e dell'italiano Vincenzo Turrisi, due musicisti "veri" che con passione sono stati in grado di far convivere gli Appalachi e il Maghreb, la pizzica e i campi di cotone, le arie celtiche e le favelas, il sacro e il profano. Qua non c'è traccia di ingessate tradizioni (leggasi "pigrizia mentale"): solo suoni di ieri, interpretati oggi, per essere ascoltati domani.

domenica 23 giugno 2019

Radical Twist


JEAN FABRY
RADICAL TWIST

1. Costituzionale alé alé 2. Tra un virus e un velox 3. Rido'n'Dante 4. Sotto il sole digitale 5. Tutto e il contrario di tutto 6. ...e vien dal Malcantone 7. L'ultima volta che vado a votare 8. Va pu là 9. La vita fuori dall'internet 10. Radical twist

Antonio Baruzzi: voce, chitarra
Davide "Marlowe" Bassi: voce, tubofono (6), megafono (1,7), raganella (8)
Claudio Molinari: kazax (4), voce (6,9)
Paolo Pappi: tastiere

registrato da Andrea Scardovi
al Dunastudio di Russi (RA) tra febbraio e maggio 2019

grafica: Daniele Zini

Free download su http://www.jeanfabry.net/
E più precisamente qui http://www.jeanfabry.net/audio/RS010_Radical_twist.rar

domenica 16 giugno 2019

One more time

Dopo il famoso (chez nous) cd "Se non vuoi perdere i pezzi" si poteva tranquillamente chiudere bottega con lo studio di registrazione, ma a me piace talmente tanto frequentare quei luoghi che ho proposto agli altri due Jean Fabry di investire il fondo cassa in una nuova impresa discografica: one more time, come direbbe Jonathan Richman. Un po' di pezzi nuovi da parte c'erano e dopo sei mesi di "lavoro" eccoci qua: il nostro buon vecchio hobby ha prodotto un altro album, che sarà disponibile al solito buon vecchio free download sul buon vecchio sito internet. A proposito di internet: il tema generale dei dieci pezzi è proprio esso, anche perchè io son diventato un bel po' paranoico e 'sta cosa dei social mi fa andare (ancor più) giù di testa. Comunque abbiam fatto tutto da Duna come sempre, ché lui ci conosce, ci valorizza e soprattutto ci sopporta. Formazione a trio con: batteria elettronica fine novecento prevalente più del solito (nonostante dal vivo mi rompa le balle usarla), chitarra elettrica rispolverata dal giurassico per quel bel suono marcio che mi ha fatto tanto bene in gioventù, tastierazze trash-vintage by Pappi (e a ben pensarci, qui mi scappa da ridere perchè c'è stato un tempo in cui, oltre al cantato in italiano, la cosa che proprio non reggevo erano le tastiere) e per finire le consuete vociacce. Il sindaco Molinari ha fatto un paio di guest vocals e soprattutto ha suonato il kazax. Marlo col tubofono ha fatto la performance della sua vita e durante le sessions la magia (leggasi "il caso") ha fatto capolino più di una volta. Come si suol dire: se finisse qua sarebbe un lieto fine.

domenica 9 giugno 2019

Giavuloni

La mia attività di "suonatore" con i Jean Fabry è oramai venticinquennale ed ha attraversato varie fasi: quella iniziale della -chiamiamola così- "necessità espressiva", quella velleitaria in cui anelavo al cosiddetto "riconoscimento artistico", quella "sociale" (soprattutto con la costola per famiglie dei Capra & Cavoli) fino a quella attuale: un hobby stravagante per qualche sana scampagnata lontano dalla realtà di tutti i giorni. Lungo la strada abbiamo conosciuto tanta gente che ci ha fatto compagnia, ma mai mi sarei aspettato ciò che è accaduto l'altro giorno a Ravenna. Il Maestro Antonio Sodano (che ha anche partecipato all'album "Se non vuoi perdere i pezzi") ha pensato bene di sposarsi con Saveria nella prestigiosa cornice della Loggetta Lombardesca (tra l'altro la celebrante era Sara Ardizzoni che, fra le tante cose, suona pure coi Massimo Volume) in un bel pomeriggio di giugno. Dovete sapere che questi due (che non ringrazierò mai abbastanza) hanno adottato come "mantra" personale la nostra canzone E la balena (pare protegga dagli spiriti maligni!) e, insomma, ci hanno chiesto di suonarla in chiusura di cerimonia con tanto di coro degli astanti. Io e Marlo (con la collaborazione del testimone Alberto al flautino) l'abbiamo quindi eseguita con trasporto e incredulità: tra l'altro la bomboniera reca addirittura il testo della canzone. Ecco, io non ho ancora capito bene cosa sia successo e quando guardo quei confetti (i "giavuloni" in italo-romagnolo) mi prende un misto di malinconia e di imbarazzo e tutte le quattro fasi dei Jean Fabry di cui sopra si fondono in una sola.

Fatte robe che succedono, al mondo.

lunedì 15 aprile 2019

Senza una ragione con un buon motivo

Sono venticinque anni che I pappi dei pioppi se ne vanno in giro. La sera del 15 aprile 1994 io e Pappi debuttammo con quel nome lì alla ex casa del popolo di Alfonsine. Era una festa di compleanno e francamente non ricordo come ci arrivammo. Il nostro assetto era: io alla voce e alla chitarra di Vandelli (così chiamata perchè la cognata di Pappi ci ha sempre detto che era appartenuta al leader dell'Equipe 84 e se l'era trovata in casa dopo una Festa dell'Unità o giù di lì) e Pappi al basso indiano Hondo. Di solito usavamo anche la drum machine minimale DRP2 della Sony e l'ampli da basso valvolare Marshall dove collegavamo tutto. Non so se quella sera avessimo dietro questo ben di dio o se l'impianto si trovasse già in loco. Il mio microfono non aveva l'asta e lo attaccammo ad un treppiede di scope. Suonammo poco, probabilmente facemmo Roadrunner di Jonathan Richman e Spara Jurij dei CCCP, forse un pezzo nostro che si chiamava Ylenia (reazione scomposta al fastidioso tam-tam mediatico sulla sparizione della povera figlia di Albano e Romina) e forse qualcos'altro. Rammento che non sentivo bene niente, solo un gran rumore metallico e la mia voce persa nel rimbombo sotto i neon. Breve e poco gradevole: la classica prima volta. La cosa bella è che eravamo il gruppo spalla dei Kaori Kitchen, il cui cantante era Marlo. Adesso che ci penso, mi sa che furono loro ad intercedere per farci esibire. Tutto si era compiuto: i Jean Fabry erano già lì, in quei pochi metri quadri, pronti a conquistare il mondo. A proposito: com'era il mondo venticinque anni orsono? Inutile dire che quasi nessuno usava Internet. In Italia governava Berlusconi da pochissimo e si era un po' tutti sotto shock, Kurt Cobain era morto da pochissimo e si era un po' tutti sotto shock, insomma si era un po' tutti sotto shock e ognuno reagiva a modo suo. Noi, che eravamo già vecchi, cominciammo ad andare in giro a suonare. Ogni tanto capita ancora.

martedì 9 aprile 2019

il partito e la partita

Ma vogliamo veramente parlare di politica? Dài, va là, non scherziamo. Parliamo piuttosto del tempo, della primavera a singhiozzo e delle rondini indecise. O di calcio, ecco, parliamo di calcio. O di un altro sport a caso, che alla fine l'importante è solo vincere. No? Non è così? A partire da Cristiano Ronaldo, giù giù fino ai settori giovanili della provincia più preda dei social s'ode un sol grido: vincere! E vinceremo! Ma cosa dico? Ma no, il fascismo è una roba ormai morta e sepolta. Come il comunismo, del resto. Ma allora cosa ci facevamo domenica mattina io Pappi e Balbi in piazza a Russi vicino ad un bandierone con la falce e martello a cantare Addio Lugano bella, Son la mondina son la sfruttata e via andare? Non è che fossimo parte del mercatino del vintage che si teneva tutt'intorno a noi? La signora leghista della bancarella dietro al palco ci sfotteva amabilmente chiedendosi perchè non avessimo fatto anche Vecchio scarpone e intanto appiccicava foglietti con scritto Grazie Salvini e il cuoricino ben in evidenza. Proprio come alla partita. La signora sapeva bene che era già finita e aveva vinto lei, ma noi non volevamo mica giocare. Volevamo solo ricordare altre partite ben più importanti giocate tanto tempo fa, quando la posta in palio era nella peggiore delle ipotesi la pelle e nella migliore la dignità umana, altro che le botte di dopamina che ti arrivano guardando il campionato sullo smartphone in attesa di vincere anche le elezioni. Ma ci sono ancora le elezioni? Si vota online? Non è che ci mette lo zampino la solita giuria di radical chic che ribalta la volontà popolare dall'alto dei propri previlegi da snob? E contro chi votiamo? I migranti? Gli zingari che ci rubano le case? Gli arbitri che ci rubano le partite? Internet che ci ruba i dati personali? Ma non glieli avevamo dati noi? Basta, rivoglio Radio Capodistria e il programma di dediche dove mettevano su Mamma di Beniamino Gigli e poi Bandiera Rossa, mica come noi che in piazza non l'abbiamo neanche fatta e siamo riusciti a deludere anche i vecchi compagni nel bel mezzo del zavaglio generale dove tutto passa, resta solamente il rusco, tutto passa e va. Ecco, bravo radical chic, ci mancava solo l'autocitazione, hai fatto l'en plein. Adesso però, prego andare, che qua la gente per bene deve continuare a vincere.

martedì 12 marzo 2019

Che peccato













Sarò per sempre grato a Mark Hollis. Nel calderone del boom new wave/synthpop della prima metà degli anni ottanta, i Talk Talk rappresentavano l'anomalia: non erano fighi e lui non aveva una voce sensuale ma pezzi come Such a shame spaccavano di brutto, almeno a casa mia. La vera epifania, però, avvenne poco più in là, quando da Muzak arrivò Spirit of Eden: lo mise su, il mondo non se lo filò quasi per niente, la EMI licenziò i Talk Talk a causa del flop ma nonostante tutto mi resi conto che a me piaceva. Le atmosfere erano quanto di più lontano si potesse concepire in quel periodo di rinascita del rock testosteronico da "duri". Per qualche anno lo considerai un guilty pleasure (una di quelle debolezze di cui vergognarsi) poi, dopo qualche tempo, qua e là cominciarono ad affiorare degli estimatori di quella strana roba jazz/folk/mistica-ma-non-da-fricchettoni e venne fuori che universalmente veniva considerato un capolavoro al pari del seguito Laughing stock e del solo omonimo di Hollis, che purtroppo resterà figlio unico. Grazie quindi a quel buffo tipo con la berretta, le orecchie a sventola e la voce nasale: mi ha insegnato ad ascoltare non quello che dovevo, ma quello che volevo.

lunedì 4 marzo 2019

2019






















Da tempo ho questa matta idea del 2019 come di un anno "spartiacque", uno di quelli in cui succedono cose epocali, nel bene e nel male. Sarà poi così? Non so, fatto sta che il 2019 è arrivato da più di due mesi e me ne sono accorto solo adesso. Comunque, ai numeri si può far dire quel che si vuole e in buona sostanza sono tutte baggianate: son solo io, che probabilmente ho bisogno di un cambiamento e me lo sto inventando di sana pianta. Intanto ho visto il film Roma (bello) e qualche giorno dopo ho scoperto uno strano disco di canzoni "ispirate" alla suddetta pellicola: nel guazzabuglio di artisti vecchi e nuovi figura anche tale Billie Eilish (di cui potrei essere padre e, fatti due conti, volendo anche nonno), ragazza in procinto di diventare un fenomeno di massa come quelli di tanto tempo fa, in grado di unire hype e sostanza. Mi sono bevuto il cervello? Il fatto di avere una figlia adolescente c'entra qualcosa? Fatto sta che MI PIACE QUELLO CHE FA. Si tratta di bei pezzi pop (la maggior parte scritti col fratello, classe 1997) ben cantati e ben arrangiati, rimangono in testa e fanno il loro sporco lavoro molto meglio di tanta altra roba più accreditata ma mooolto meno autentica e fondamentalmente inutile. Forza Billie, non mi deludere e salva l'umanità dall'oscurità incombente.