giovedì 20 dicembre 2018

G-R-E-A-T

"Dài, mettiamo a confronto questi ultimi vent'anni con quello che c'è stato prima e vediamo quanti dischi memorabili di artisti nuovi vengono in mente. Pochi, e quei pochi non reggono se confrontati coi colossi del passato." 

Melampo, venerdì 30 novembre 2018

Dice: le ultime parole famose. A proposito di colossi, la prima canzone di "Joy as an act of resistance" degli IDLES si chiama proprio Colossus e mette già in chiaro le cose: parte con un incedere marziale e incombente per esplodere in un finale da baracca totale, il tutto ironizzando sulla mascolinità ipertrofica dei "veri uomini". Da qui alla fine del disco è tutto un susseguirsi di prese di posizione di una sincerità disarmante sul mondo che ci circonda, declinate con una formula punk rock devastante (anche se loro non vogliono sentirselo dire). Avevo già sentito il loro esordio dell'anno scorso e non mi erano sembrati male, ma stavolta hanno fatto un salto di qualità esponenziale e dopo aver visto una serie di esibizioni sul web mi sono fatto conquistare come non mi succedeva da una vita. Sono di una vitalità impressionante e sembrano divertirsi un mucchio, ben consapevoli di aver fatto una roba grossa. Mi sembrano il gruppo giusto al momento giusto, vengono da Bristol e giustamente stanno raccogliendo meritati consensi in tutto il globo terracqueo. C'è questo pezzo che si chiama Danny Nedelko che canta la bellezza dell'integrazione in un modo commovente: per me è la canzone dell'anno, dal disco dell'anno del gruppo dell'anno. Mi rendo perfettamente conto della mia naiveté, ma quando ci vuole ci vuole.

Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate
Yeah, yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, yeah, yeah
Yeah, yeah, Danny Nedelko


Danny Nedelko, IDLES

https://www.youtube.com/watch?v=j-LyPtq5xuQ
https://www.youtube.com/watch?v=lABYj0Jm6jk
https://www.youtube.com/watch?v=2XwS3fIrPYc
https://www.youtube.com/watch?v=5Sbbiv5iSiQ

lunedì 17 dicembre 2018

Musique dix-huit

Idles - Joy As An Act Of Resistance
The Breeders - All Nerve
Low - Double Negative
Bas Jan - Yes I Jan
PJ Harvey - An Acre Of Land (singolo)
Stephen Malkmus & The Jicks - Sparkle Hard
Snail Mail - Lush
Marc Ribot - Songs Of Resistance 1942 - 2018
Superorganism - Superorganism

Angelique Kidjo - Remain In Light
Gwenifer Raymond - You Never Were Much Of A Dancer
Sleaford Mods - Sleaford Mods (ep)
Kristin Hersh - Possible Dust Clouds
Dirty Projectors - Lamp Lit Prose
Cowboy Junkies - All That Reckoning
J Mascis - Elastic Days
Jonathan Richman - SA
David Byrne - American Utopia

Underworld & Iggy Pop - Teatime Dub Encounters
I Soviet + L'Elettricità - Un Secolo Di CCCP (1917-2017) (live)
Christine & The Queens - Chris
Paolo Conte - Live in Caracalla: 50 years of Azzurro
Aphex Twin - Collapse (ep)
Carmen Consoli - Eco di sirene (live)
Courtney Barnett - Tell Me How You Really Feel
Lee Scratch Perry - The Black Album
The Good, The Bad & The Queen - Merrie Land

Wire - Pink Flag/Chairs Missing/154 (Deluxe Edition)
The Beatles - The Beatles (Deluxe Edition)
Neil Young - Songs For Judy (live 1976)

venerdì 30 novembre 2018

Dice

Dice: ci sono più malattie. Ma no, ci sono più diagnosi. Dice: sono aumentati i reati. Macchè, ci sono più denunce. Dice: escono troppi dischi. Beh, insomma, questo è vero. Oggi rispetto a ieri è più facile registrare un album e stamparlo, ammesso che abbia ancora un senso. Succedono perciò cose strane come il primo disco delle Ace Of Cups, storico gruppo psichedelico giunto al traguardo con la bellezza di cinquant'anni di ritardo. A quei tempi il disco lo facevi solo se entravi nelle grazie di qualche casa discografica che ti imponeva di diventare una rockstar e fare più soldi che potevi (ehm, detta così non suona benissimo, ma tant'è), mentre ora è un hobby "vintage" per appassionati. Insomma, il disco l'abbiamo fatto persino noi Jean Fabry e questo la dice lunga. Poi, magari, in mezzo ai milioni di album pubblicati c'è pure il grande artista, ma chi se ne accorge più? La musica non è più rilevante, o perlomeno non lascia più il segno come un tempo. Non c'è niente da fare, quando l'industria del disco dettava legge nascevano i miti, i culti, i fenomeni di massa e c'era un pubblico disposto a farsi guidare dal profeta di turno. Ora, per carità, i concertoni sono affollati come sempre ma si tratta di vecchie glorie per nostalgici o di mode passeggere per teenager. Son troppo drastico? Dài, mettiamo a confronto questi ultimi vent'anni (diciamo post peer-to-peer) con quello che c'è stato prima (se proprio non con l'età d'oro dei sessanta-settanta ma almeno con gli ottanta-novanta) e vediamo quanti dischi memorabili di artisti nuovi vengono in mente. Pochi, e quei pochi non reggono se confrontati coi colossi del passato. Non è che "la musica di una volta era meglio" e boiate del genere: è che tutte le culture hanno uno splendore e una decadenza, tutto qua. E' stato bello, ciao.

martedì 6 novembre 2018

Dischi importanti: The Beatles - The Beatles




Why don’t we do it in the road?

La scorsa estate sono andato per la prima volta a Londra. Meglio tardi che mai? Meglio tardi che mai. Sono stato sulle strisce pedonali di Abbey Road a fare lo stupido e il giorno dopo su quelle stesse strisce c'era Paul McCartney (a fare lo stupido pure lui, ma lui poteva). La sera ha persino suonato dentro gli studi. Ho recuperato il video sul web e mi sono reso conto che il tempo sta passando inesorabilmente per entrambi. Fra i pezzi in scaletta quattro dal doppio bianco, che invece ha cinquant'anni ma non li dimostra.

Revolution 

Veniamo dunque al sodo: vorrei parlare del white album dei Beatles e mi piacerebbe farla breve ma sarà difficile, anche perchè questo è IL disco prolisso per antonomasia: la leggenda vuole che George Martin, che figurò comunque come produttore nonostante la sempre maggior libertà decisionale dei membri del gruppo, avrebbe preferito un singolo LP piuttosto che un doppio pieno di "fillers", i cosiddetti "riempitivi" (e per fortuna non lo hanno ascoltato). Sarò quindi prolisso pure io (senza bisogno di sforzarmi troppo) e mi dilungherò senz'altro, dato che tra l'altro per me è il disco più importante di tutti. Sono nato nel 1967, annus mirabilis dei Beatles, e fin da piccolo li ho sempre considerati "di famiglia". Negli anni settanta mio babbo portò a casa le due famose raccolte doppie (la "rossa" e la "blu") e le avrò ascoltate un milione di volte: erano la mia stella polare in fatto di musica. Fortunatamente la mia curiosità mi portava ad ascoltare anche quello che, nel bene e nel male, "passava il convento" in quei tempi che sarebbero poi stati considerati (mi scuso per la parolaccia) seminali. Niente però era più seminale dei Beatles, nonostante nei primi anni ottanta venissero bollati come "roba vecchia" da gente che di lì a poco avrebbe visto la luce con cose tipo I Committments (senza offesa). I Beatles (diciamo dal 1966) erano, sono e saranno sempre la "roba nuova", grazie alla creatività che introdussero nella musica pop nel momento in cui questa si fece adulta: le loro intuizioni (chiaramente veicolate dall'enorme visibilità mediatica) sono ancora basilari per chi si misura con la "leggera". Ma torniamo al me stesso adolescente, attirato dal boom del synthpop e dei video musicali ma desideroso di conoscere anche il passato, per capire come si era arrivati al presente e diventare il nerd che son diventato nel futuro. Quando scoprii che il mio amico Asso aveva in casa tutti i dischi dei Beatles, cominciai ad allungargli delle cassette sbavando nell'attesa. La prima cosa che mi registrò fu proprio l'album bianco (forse perchè pensava che, essendo omonimo, fosse il primo) e fu fatta. Ricordo ancora il momento in cui, cuffie in testa, ascoltai i primi suoni beatlesiani a me sconosciuti: l'arpeggio di Dear Prudence che si faceva strada in dissolvenza incrociata sulla coda dell'aereo di Back in the USSR (quest'ultima presente nella raccolta "blu"). Non mi sono ancora ripreso: le quattro divinità che ero abituato a venerare se ne uscivano fuori con canzoni aliene e affascinanti, schegge sperimentali, sberleffi, manierismi meglio-degli-originali, momenti di introspezione, esplosioni ormonali fuori tempo massimo, accostamenti azzardati, capolavori incompiuti, in una parola: vita. Dalle cronache risulta che il contesto in cui si concepì l'album fu caotico, conflittuale, dispersivo ma il talento dei quattro emerse in maniera evidente e forse mai più così geniale; ne sono ulteriore prova i singoli non inseriti nel doppio e gli inediti. Ora, sarebbe bello se riuscissi a scrivere una ipotetica recensione in grado di invogliare l'ascolto e non solo una serie di sterili sbrodolamenti da tifoso. Da dove potrei cominciare ad inoltrarmi nel labirinto? Dai, userò un escamotage: dato che a partire dal doppio bianco il gruppo Beatles fu più che altro un insieme di singole entità in bilico fra autoindulgenza e stato di grazia, proverò a ragionare in termini di contributi compositivi individuali.

McCartney

Tanto per cominciare, l'incipit: Back in the USSR pare una goliardata post-rock'n'roll e invece ha un tiro pazzesco (si può dire?), soprattutto nel passaggio "Back in US-Back in US-Back in USSR". Birthday è all'inizio della seconda metà e più o meno siamo da quelle parti: il glam e il power-pop che verranno sono già tutti qui. Ob-La-Di, Ob-La-Da è per molti la pietra dello scandalo ma, dopo tanti anni, Macca è stato riabilitato e anche una (apparente) scempiaggine come questa ha oramai il suo posto nella storia. E poi ha sdoganato lo ska per le masse. Blackbird è folk-pop intimista in stato di grazia. Helter Skelter è quella cosa che pare abbia inventato l'hard rock; ai tempi deve aver fatto abbastanza paura, ma anche adesso (che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia) si percepisce una tensione palpabile, nei riffoni di chitarra e in tutto l'impianto ritmico volutamente monotono e "pesante". Ci sono poi due-tre brani che assomigliano a dei jingles pubblicitari (Wild Honey Pie, Why don’t we do it in the road? e la non accreditata Can you take me back) e fungono brillantemente da trait d'union fra i vari pezzi da novanta. In altre parti dell'album McCartney lambisce invece quel manierismo che gli procurerà per tutta la carriera le accuse di parte del popolo musicofilo, ma la questione non si pone a proposito del singolo registrato contemporaneamente all'album: Hey Jude, una delle meraviglie dell'umanità, che chiude il discorso e manda a casa tutti.

Lennon

Se McCartney lavora spesso di fino alla ricerca della canzone pop perfetta, a Lennon invece gliene frega assai poco e alza di continuo l'asticella della provocazione ottenendo esiti contrastanti ma memorabili, come nel caso del pastiche rumoristico Revolution 9. Avanguardia? Snobberia da artistoidi? John Cage per famiglie? Ognuno può pensare quello che vuole. Tra l'altro, anche se si dovrebbe parlare solo di musica, la vicinanza con la concettuale Yoko Ono ha avuto la sua bella influenza, catalizzando per sempre l'odio dei fans meno inclini all'eccentricità. Nelle canzoni-canzoni la futura icona pacifista resta quasi sempre nel solco del folk-blues (esemplari le due versioni di Revolution, di cui una bella distorta, pubblicata su singolo assieme a Hey Jude) lasciandosi dietro gli immortali campi di fragole dell'anno prima. Dear Prudence, Cry Baby Cry e l'inedita What's the new Mary Jane sembrano comunque uscire dalla penna di un Lewis Carroll fattosi grande malvolentieri, Julia è un voce-chitarra acustica da pelle d'oca in ricordo della madre, mentre Happiness Is A Warm Gun è degna della tradizione dissacrante inglese, col suo humour surreale e fuori di testa. Fra le righe dei testi si trovano riferimenti alla recente esperienza in India, con sprezzanti commenti sull'ambiguo Maharishi (Sexy sadie). Infine, con Glass Onion John Lennon saluta i fans del periodo psichedelico con tanto di finti spoiler ("the walrus was Paul") e, tanto per gradire, regala a Ringo il finalone hollywoodiano di Goodnight.

Harrison

Il terzo incomodo sboccia definitivamente con quella che secondo me è la sua miglior composizione, quella While My Guitar Gently Weeps in cui ospita Eric Clapton senza che nessuno se ne accorga, in tempi in cui le comparsate nei dischi altrui non erano ancora la baracconata dei giorni nostri. Il pezzo, concepito come acustico (notevole anche così), durante la gestazione ha preso la forma di una epica ballatona ad alto contenuto energetico che commuoverebbe anche un meteorite. Beatle George porta in dote anche Piggies, pezzo satirico eternamente incompreso che in qualche modo anticipa il futuro coinvolgimento del nostro con i Monty Python, i Beatles dell'umorismo. Poi ci sono il soul di Savoy Truffle, la psichedelia inti-mistica di Long Long Long e l'inedita Not Guilty, probabilmente scartata per le allusioni troppo esplicite allo strapotere Lennon-McCartney all'interno del gruppo.

Starr

A me quest'uomo è sempre piaciuto parecchio come batterista e persino come cantante. Magari a livello compositivo un po' meno: c'è sempre quel retrogusto country che non è che mi faccia impazzire e Don't pass me by (la sua prima prova d'autore ufficiale) ne è perfetta testimonianza. Il pezzo non è comunque male, e per il resto del disco Ringo percuote il percuotibile con i soliti esiti eccellenti oltre a cantare in modo impeccabile Good Night (il ritorno di Billy Shears) e pronunciare istericamente l'immortale "I've got blisters on my fingers!" alla fine di Helter Skelter. Benedette vesciche.

Can you take me back?

A posto? Macchè. Queste mie chiacchiere non bastano a spiegare il white album, perchè mai come in questo caso il tutto è più della somma delle singole parti: forse il suo segreto è nella sequenza delle quattro originarie facciate del long playing che, senza arrivare a formare nessuna pretenziosa suite come sarebbe presto divenuto abitudine nel progressive rock (e -ehm- un po' anche negli ultimi Beatles dell'epitaffio Abbey Road), dà vita ad un gioco di contrasti che animano il disco come se fosse una sconclusionata narrazione, una storia che una volta ascoltata fa venir voglia di essere risentita di nuovo, per cogliere sempre nuovi dettagli senza aver paura di perdere il filo. Il white album non è pertanto "solo" musica: è letteratura, è teatro, è una enciclopedia interattiva che racconta vita, morte e miracoli degli esseri umani partendo dall'Inghilterra del 1968 e andando qua e là nel tempo e nello spazio fino agli angoli più remoti dell'universo. E ritorno.

 

domenica 30 settembre 2018

Zira, zira (dalla Romagna a Capo Nord)






















La Nagara mi fa "Ormai la gente va a vedere solo le cover band" e in fondo al cuore so che ha ragione. Siamo a Fusignano a casa di Mirko Caravita, l'uomo dell'anno, colui che ha inforcato la bici per andare fino a Capo Nord (e ritorno) per dimostrare che "tutti possono farlo". Si è organizzata una bella festa per celebrare l'impresa, con tanta gente a tavola (pasta e fagioli, piadina e brazadèla) e qualche scriteriato a suonare. Oltre a noi (stavolta col nostro acciaccato impianto che ha comunque superato la prova), il Sindaco Molinari (in realtà c'era anche il sindaco di Fusignano, la qual cosa ha generato confusione), il duo Hans / Nagara (mini-reunion dei Frutti Di Bosco) e Cavina con il suo inarrestabile violino. Alla fine di cover ce ne son state parecchie, ma tutte piuttosto "originali", tra il dialettale, l'eclettico e lo scatologico (Hans). I momenti salienti son stati "La balilla" di Molinari, "Al progn d'la California" di Hans e la conclusiva "The lion sleeps tonight". Riguardo ai pezzi nostri, menzione particolare per "Punk mentale", richiesta direttamente dal palco da Cavina, che ha anche cantato a squarciagola "E la balena" consolidando la teoria che ci vuole ormai trasformati nella nostra tribute band. Mirko e famiglia son parsi contenti e anche i convenuti hanno mostrato di apprezzare. Buongustai!

venerdì 28 settembre 2018

Zira, zira (a Furlé)

Miguel mi fa "E' bello vedere che avete ancora qualcosa da dire" e in fondo al cuore so che ha ragione, anche se non so bene cosa abbiamo ancora da dire. Siamo a Forlì alla Settimana del Buon Vivere e abbiamo appena finito di suonare per il solito gruppo di pochi intimi, pochi e intimi anche perchè faceva un freddo notevole (ho fatto tutto il concerto col cappuccio su, e non per fare il figo). Poco lontano dal palco venivano servite birre e gelati come se fosse ferragosto, a cura di Francesco e dei suoi soci (è lui che ha avuto il coraggio di farci esibire in un contesto tale, tra violoncelli, pippibaudi e mostre d'arte). Per fortuna, prima di suonare ci ha fornito una provvidenziale grappa che ci ha scaldato quanto bastava per l'ennesima grande prova pratica di punk mentale: incredibile a dirsi, le cose hanno funzionato di brutto grazie ad uno splendido team di fonici e ad un incredibile micropubblico che ha assistito al solito mix di cover e originali aiutandoci ad arrivare vittoriosamente in fondo. Abbiamo riproposto un nostro vecchio spettacolo riadattato, "La fine del confine", ispirato ad un articolo di Umberto Eco su migrazioni e meticciato prossimo venturo. Dato che il tema generale della manifestazione era "Luoghi", non potevamo non lasciare spazio al Sindaco Molinari che, profeta in patria, ha eseguito due brani dialettali ambientati a Forlì tra cui la struggente "In t'la lerga ad Scarpèl", dedicata alla zona in cui è cresciuto (quindi una sorta di Penny Lane ad Furlé). A proposito di Beatles, ho rivisto con immenso piacere Miguel degli MM40, fan degli scarafaggi e di tante altre cose. Speravo proprio di trovarmelo lì e mi auguro che prima o poi si riesca a combinare qualche bel danno insieme. Parlando di danni, ormai Marlo rischiava il soffocamento per involontaria ingestione di un pappo: era già successo, ed è la dimostrazione che ogni nostra performance può essere l'ultima. A parte l'umorismo macabro-scaramantico, se dovessimo essere ricordati per concerti come questo sarebbe perfetto. Comunque, a scanso di equivoci, desidero si sappia che noi si continua (vivi e vegetali) a girare.

mercoledì 19 settembre 2018

Zira, zira (a la Fira)













foto: Gianni Zampaglione

 Il Sindaco Molinari mi fa "Il rock è diventato una musica reazionaria" e in fondo al cuore so bene che ha ragione. Per fortuna, noi non facciamo mica rock. Siamo a Russi, alla Fira Di Sett Dulur (cioè bel & cot, liscio, fuochi artificiali, autopista, ecc.), e stiamo come sempre per suonare alla Rocca nell'ambito della Rassegna delle band russiane. Allora: intanto, di russiani ci siamo giusto io e Pappi (che poi vien da Fusignano), mentre Marlo e Molinari sono cittadini del mondo (leggasi Lugo e Forlì) e quindi al massimo potremmo essere catalogati come una band romagnola. Però l'appellativo "band" si sposa male con i Jean Fabry e di conseguenza siamo come al solito fuori posto. Peccato, perchè il posto è bellissimo e Panino ci fa i suoni in modo impeccabile. Così iniziamo con A message to you, Rudy. Perchè? Boh, l'abbiamo provata e ci è venuta voglia di farla. Magari la prossima volta succederà col Requiem di Mozart. Comunque, il fatto che sia un bel pezzo nonviolento aggiunge sapore alla cosa ed è persino venuta bene. A dire il vero, nel resto della scaletta sono state ben poche le cose che son venute male. Si può dire? Si può dire sì, perchè di solito c'è sempre qualcosa che non va. Invece stavolta l'abbiamo proprio imbroccata; finalmente (senza dirlo a nessuno) abbiamo presentato il cd per intero nella città in cui è stato realizzato. Se ne sono accorti in pochi? Ma chi se ne frega, ci siamo divertiti un botto (almeno io, ma anche gli altri tre mi sembravano contentoni) e abbiamo finalmente trovato la nostra dimensione ideale: chitarra, tastiere, voci e rumorismo (con uno che ci fa i suoni come si deve). Cioè, lo sapevamo già, ma stavolta è andata proprio di lusso; tra l'altro ci siamo presentati come "Jean Fabry Tribute Band" e forse era proprio vero.

martedì 7 agosto 2018

Garageland






















"We're a garage band / We come from Garageland."
Garageland (The Clash)


Breve riassunto: abbiamo iniziato come tutti suonando in cameretta, poi abbiamo suonato in un corridoio, svariate volte da un gommista, ma in un vero e proprio garage non avevamo mai suonato. Grazie ai Panda Project ce l'abbiamo fatta. La serata si chiamava Garage Panda, ed era della partita anche il Geom.Roberto Pozzi (Metallurgica Viganò, Wikipoz. ecc.). Si è trattato di una performance di gruppo travestita da festa di quartiere e devo dire che stavolta mi son proprio divertito. A parte suonare in un garage con le lucine di Natale accese (in agosto), ci siamo anche mossi liberamente negli spazi di via Montalto lanciandoci persino in una performance de I pappi dei pioppi - come dire - dinamica. Momenti surreali per grandi e piccini, favole macabre, una improbabile lotteria, una ancor più improbabile serenata alla vicina di casa, la vendita del garage al miglior offerente (il Presidente) e la telefonata in diretta del nostro eroe Mirko Caravita che sta per tornare in Romagna dopo aver raggiunto Capo Nord in bicicletta. Perchè l'ha fatto? Ecco la sua risposta: "Per dimostrare che tutti possono farlo!". Non ho altre domande, vostro onore.

lunedì 6 agosto 2018

Volevo scappare con il Circo Bidone

Innanzitutto un suggerimento banale (se qualcuno lo vuole): continuate ad inseguire i vostri sogni, ma sperate che non si realizzino mai, o comunque il più tardi possibile. Quando negli anni novanta scoprii il Circo Bidone, scrissi una canzoncina stupida sul desiderio di scapparci assieme. Oggi, che siamo tutti più saggi (vecchi), i Jean Fabry l'hanno fatta grossa. L'intenzione era quella di realizzare un piccolo evento collaterale in una data del circo a Fusignano con la complicità del Comune (per cavarci una voglia e fare un po' i fenomeni); dopo aver incontrato Francois Bidon a Cotignola la settimana precedente, il Circo ci ha offerto di suonare addirittura sulla loro pista. Come si fa a dir di no? Data l'occasione, abbiamo invitato il Sindaco Molinari al basso e il redivivo Giulio alla batteria; in più, sono stati graditi ospiti Balbi alla voce e Cavina, l'erborista col violino. Ah, anche Niccolò Giuliani ha sferrato un bel po' di colpi alla batteria del babbo. Happy ending? Macchè. Dal punto di vista artistico e tecnico l'esibizione è stata un mezzo disastro (niente prove, impianto inadeguato, sole a picco e guitteria à go-go) e mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Figura da peracottari, per dirla alla Giulio. Però qualche pezzo l'abbiamo imbroccato e poi, in fin dei conti, sempre di punk mentale si tratta. Quindi, il sogno è finito? Non voglio più scappare con il Circo Bidone? Ma no. Mi son reso conto che col Circo Bidone ci scappo tutti i giorni, ogni qual volta l'astrazione fa capolino nella grossolanità della vita: una battuta, un cambio di prospettiva, una capriola. Et voilà.

How music works

foto: ravennanotizie.it

Uno dei miei divertimenti preferiti è sempre stato quello andare ai concerti, ma negli ultimi tempi è già molto se riesco a vederne uno all'anno. Stavolta la scelta era quasi obbligata: David Byrne a Ravenna. Nonostante sia stata la quarta volta, l'esperienza è stata molto intensa: tanti amici e facce conosciute fra il pubblico, spettacolo coinvolgente e scaletta perfetta per muovere il culo e celebrare sia il mito giovanile sia una delle più importanti esperienze prodotte dalla cultura pop. L'uovo di colombo è stata la geniale idea (magari già realizzata da altri, ma non con questa visibilità) di far esibire tutti i musicisti "senza fili", liberi di muoversi per tutto il palco con coreografie semplici ma efficaci. Poco adeguata la scelta del Pala De Andrè con i posti numerati a sedere (e diverse tipologie di prezzo dei biglietti) anche perchè, come ha sinteticamente fatto notare qualcun'altro, poco dopo l'attacco di Once in a lifetime tanta gente (tra cui io e Marlo) si è riversata sotto al palco a fare il proprio dovere di pubblico da concerto di David Byrne. Tra l'altro, nella successiva data di Perugia, è stato proprio Byrne dal palco a chiedere alla security di lasciare che il pubblico abbandonasse le sedie per ballare.
E' (anche) così che funziona la musica.


Jean Fabry a casa di...

Fuori dal Bel paese li chiamano "house concerts", noi li abbiamo chiamati Jean Fabry a casa di... ed il primo si è tenuto a casa del vecchio amico Mirko Liverani. E' partito tutto dalla necessità di tenere accesa la fiammella nei periodi di magra (leggasi no esibizioni in giro) e anche se adesso di robe ne facciamo fin troppe (per le mie forze, almeno) si è rivelato fondamentale rompere il ghiaccio. Suonare a casa degli altri è piuttosto strano, servono delle metaforiche "pattine" e può succedere che la realtà determini il corso degli eventi (tipo i vicini che effettuano il trattamento antizanzare o passano col trattore a dare l'anticrittogamico). Comunque: bel concerto, ottima l'ospitalità (e la pizza di Mirko). Avanti il prossimo!

martedì 26 giugno 2018

Mondo Limbo

In realtà il Limbo non è il Purgatorio, anzi, è all'Inferno. Cioè, nella Divina Commedia il Limbo è all'Inferno. Come da consolidata tradizione, ci hanno invitati a suonare al Festival Delle Arti di Cervia e dato che, proseguendo nel percorso dantesco iniziato l'anno scorso quest'anno il tema era il Purgatorio io (perlappunto sbagliandomi) ho pensato di chiamare lo spettacolo Mondo Limbo. Chiaro? Ok, proseguo col solito sproloquio autoindulgente. Innanzitutto era piuttosto freddo, quindi il pubblico era composto da uno sparuto gruppo di coraggiosi che via via si è sempre più diradato (questo comunque ci è capitato anche col caldo). L'argomento Limbo è stato un puerile aggancio per parlare delle cose "di mezzo" come le mezze stagioni, le mezze misure, ecc. Oltre ai soliti pezzi che non vogliamo perdere, abbiamo infilato qualche cover tra cui Summer on a solitary beach di Battiato e, ovviamente, Limbo Rock di Chubby Checker: durante quest'ultima si è visto uno sprazzo di vita grazie ad una mamma con prole che è venuta sotto al palco a ballare (forse per scaldarsi). Abbiamo fatto un pezzo nuovo: La vita (fuori dall'internet), che affronta le solite tematiche (il web, l'alienazione, bla bla bla) da un punto di vista blandamente autobiografico. Nel corso dell'esibizione non ho mai usato né drum machine né distorsione: mi pareva non fosse il caso, data l'atmosfera intima e raccolta. Comunque non è andata male e ci siamo fatti anche un estimatore, tale Aldo di Vergato (BO) attirato dalle nostre interpretazioni degli Skiantos e dal nostro atteggiamento - come dire? - scanzonato.

venerdì 11 maggio 2018

Esce Muzak dagli amplificatori

Avete presente la leggenda dei piccoli negozi di dischi di provincia degli anni ottanta e novanta? Quelli, per intenderci, resi famosi da Nick Hornby (Alta fedeltà) con il loro campionario di musicofili / filosofi / perdigiorno? Ecco: è tutto vero. Posso dirlo con certezza perchè io in uno di questi ci ho passato parecchio tempo, prima dell'internet e dei capelli brizzolati. Questo posto si chiamava come il suo padrone: Muzak. Sulle sportine per i vinili c'era un disegno di Druillet, appeso al muro un quadro con il manifesto di Arancia Meccanica, poi un tavolino con le riviste musicali e delle splendide poltrone a striscie dove sprofondarsi a sparare cazzate. Un po' bar, un po' circolo culturale, un po' riserva indiana. Troppo, per un paesone romagnolo. Io e Roto eravamo gli sbarbini, in quella fauna di amabili snob che conoscevano a memoria le discografie più improbabili e fingevano di non sapere come fare sera. Quanta musica ho scoperto in quel posto! Quanti film! Ogni giorno una piccola epifania, ben nascosta in mezzo ad ore e ore di nulla. Devo molto a quei giorni e devo molto a Muzak, che ci ha lasciati l'altro ieri per andarsene sulla faccia oscura della luna o al Korova Milk Bar. Giù la saracinesca. Titoli di coda. Fine.

venerdì 6 aprile 2018

Una parpaia c'la vola










 


Ho fatto un sogno stranissimo. Tutti i sogni sono stranissimi, se uno ci pensa. Questo però è nei primi dieci, mi sa. Fa conto: un gruppo di persone che canta Tot u m'arcorda te ("una parpaia c'la vola...") davanti ad un pubblico consenziente e partecipante, a conclusione di una serata dedicata al dialetto romagnolo. In ordine sparso: Luisa Cottifogli, Bonetti, Quinzan, Pulgròs, Teto, il fine dicitore Bellosi, Valentino dei Koppertoni, i Parmiani, Savini, Renzo Bertaccini, Gnelez, il professor Cantoni, Andrea dei Kriminal Tango, Pozzi in incognito e (ma dai) i Jean Fabry.
Tutti questi nomi mi dicono qualcosa, una bella insalata mista di rimembranze e premonizioni nel nome di una lingua in fin di vita, quella che parlavano i miei nonni e i loro amici quando si infilavano nel cortile annunciando il loro arrivo con urla belluine colme di gutturali e accenti di ogni colore. Non mi interessa la tradizione, mi spiace solo dover salutare per sempre una serie di espressioni gergali fulminanti  che avrebbero tanto da insegnare a chi volesse imparare qualcosa. I linguaggi nascono e muoiono, cambiano forma, senso, valore. At salut, dialétt. Chevat da lé e fala poca longa!

domenica 25 marzo 2018

Lerì lerà

Continua il vagabondaggio dei Jean Fabry alla ricerca di un senso, con tappa al Circolo Bunker (già Eternit) di San Matteo della Decima (BO). Si è trattato di una esibizione all'interno di Disco Pom, serie di iniziative pomeridiane domenicali organizzate assieme ai ragazzi del GAP "Villa Emilia". La speranza di un anticipo di primavera è stata stroncata sul nascere da un diluvio praticamente ininterrotto che, più che marzo, pareva novembre. Il viaggio lungo la mitologica Trasversale di pianura ci ha fatto scoprire alcune interessanti realtà paesaggistiche in quello che a prima vista potrebbe apparire come un eterno piattume senza pietà, in primis un Deposito Massi Ciclopici della Protezione Civile. La vista dei pietroni ha scatenato una ridda di calembours e ha dato sfogo alla nostra smisurata immaginazione (leggasi "divertirsi con poco"): tipo "Se ne ordinassimo a Polifemo e gli chiedessimo uno sconto non potrebbe chiudere un occhio" e via dicendo, con esiti tra il mistico e l'imbarazzante. Anche all'ingresso del posto dove abbiamo mangiato abbiamo trovato alcuni sassoni enormi, tanto da farci pensare di essere in Bretagna o giù di lì. Marlo ha avuto l'ottima idea di ordinare come dessert l'ananas con due belle palle di gelato alla crema, e anche per stavolta il clichè dei mitici piatti degustati in giro dai Jean Fabry è stato rispettato. Ma veniamo alla performance vera e propria (anche se ormai il prima e il dopo sono sempre più parte integrante della stessa): Marlo si è scatenato nella discoteca pre-concerto e grazie al suo mood  è stata una di quelle volte lì, cioè quando l'artista prende il sopravvento e i pezzi prendono una piega, per così dire, "espressionista". Aggiungiamo i suoni fatti in casa, il disorientamento dell'audience di fronte al nostro repertorio e l'assenza della sezione ritmica (che avrebbe fatto sicuramente da collante) e il gioco è fatto: spettacolo un po' trafelato salvato in corner da Gli scariolanti e Bella ciao a squarciagola. A quel punto li avevamo in pugno e ci hanno chiesto Romagna mia, ma noi, da bravi indie snob, gliel'abbiamo negata. Tanto la faremo quest'altra volta.

lunedì 19 febbraio 2018

Rebellious jukebox






















Salutiamo anche Mark E. Smith. Non sono un fan terminale dei Fall, di quelli-che-han-tutti-i-dischi-che-han-fatto, ma una cosa è certa: sono stati una esperienza artistica fondamentale per tutti gli appassionati di musica rumorosa. L'uomo era un genio e i numerosi aneddoti sul suo caratteraccio non possono sminuire il valore del suo lavoro. Più punk del punk, quintessenzialmente inglesi, acidi, cinici, onesti, fuori. Basta ascoltare un disco a caso, il primo come l'ultimo, per avvertire quel senso di "illegalità" che il rock'n'roll ha ormai perso per sempre e tentare di capire quanto ciò abbia significato per la cultura del secolo scorso. Non credo di esagerare, ma se così fosse chi se ne frega. E' chiaro che questo discorso potrebbe essere applicato a tante band, ma credo che i Fall rappresentino meglio di molti altri (ben più famosi e anche forse più importanti) il senso della questione. John Peel una volta disse che gli sarebbe dispiaciuto morire perchè la cosa gli avrebbe impedito di ascoltare il nuovo disco dei Fall. Bene, in qualche universo parallelo lui e Mark E. Smith stanno registrando finalmente una nuova Peel Session.

"They are always different; they are always the same" (John Peel)

martedì 9 gennaio 2018

Un Kinotto ogni due ore fa passare il malumore

Un posto nuovo dell'ARCI, come dicevano quelli. All'inizio del 2018, i Jean Fabry hanno avuto la fortuna di poter compiere un bel viaggio spazio-temporale esibendosi al Kinotto di Borgo Masotti come se niente fosse. Il giovine cantautore Viscuso (gestore del locale) ci ha aiutati dal banco mixer e magicamente ci siamo trasformati in un gruppo musicale, suonando per gli astanti tutto il cd "Se non vuoi perdere i pezzi" più tre cover: la conclusiva Quand il est mort le poète e due pezzi degli Skiantos (la solita Gelati e, ovviamente, Kinotto). Questa dimensione in trio sta incredibilmente funzionando e la consueta ospitata del Sindaco Molinari è stata come sempre un valore aggiunto. Al di là di tutto, è una grande soddisfazione potersi permettere di eseguire roba di vent'anni fa come Parallelo, I pappi dei pioppi e Volgare (stavolta senza aspirapolvere ma con la scopa, dato che era il 6 gennaio). Finito finalmente di pagare il cd, si continua increduli e incoscienti a fare punk mentale pour tout le monde. Fino a che dura.