mercoledì 22 gennaio 2020

Two down, four to go

Terry Jones, 1942 - 2020

martedì 31 dicembre 2019

"gli anni duemiladieci"


Prologo

Per una qualche ragione genetica ho sempre subìto il fascino dei numeri, soprattutto quando si parla di cose oggettivamente insensate (utili solo per certe analisi socioculturali) tipo  "i cinquant'anni" o "gli anni ottanta" o, nel caso specifico, "gli anni duemiladieci". Si tratta di raggruppamenti simbolici che servono a catalogare con intenti benevoli ma che finiscono poi nel mucchio dei luoghi comuni con tutto quel che ne consegue. Oltre a tutte le cose più o meno rilevanti, ho trascorso gli anni duemiladieci scappando dal web 2.0, dalla sua pervasività e dalle oramai strutturali modifiche apportate alla socialità umana e all'organizzazione del tempo. In poche parole, sono scappato dallo smartphone. I motivi sono tanti ma riconducibili ad uno solo: sono uno snob asociale, misantropo e pure vegetariano (pazienza vegano, che bene o male va di moda, ma vegetariano no, dai, è proprio andarsela a cercare). Anzi no, aspetta un attimo, riformulo meglio: non ho lo smartphone perchè di mio sono già abbastanza invornito (s.m. dal dialettale invurnì: intontito, rimbambito) e non voglio essere continuamente distratto da notifiche, messaggi, eccetera. E poi diventerei dipendente. Dice: ma non ci guardare. Certo, compro una macchina poi la lascio in garage. Ma va là. Il problema è però che apparentemente la gente fatica a trovarmi e resto tagliato fuori. Ma sarà proprio così? Mmmh, bel dilemma. Ci penserò.

Detto questo, veniamo alle necessarie classifiche di fine decennio, un attimo prima che i film orizzontali e gli album musicali vengano spazzati via.

SERIE TV
Inutile dire che rappresentano il boom di questo periodo e il futuro stesso della narrazione per immagini in movimento, purchè si mantengano a distanza di sicurezza dall'effetto soap opera, atto ad agganciare gli spettatori facendo leva su pigrizia e dipendenza.
Per me il massimo è stato Black Mirror che, al di là della qualità media piuttosto alta, è stato in grado di parlare di contemporaneità utilizzando la buona vecchia distopia e stimolando il benedetto spirito critico.
A proposito di distopia, è stato difficile restare indifferenti a proposito di The Handmaid's Tale, con la sua spaventosa visione di una dittatura maschilista e le donne ridotte al rango di incubatrici.
La nostalgia anni ottanta ha visto il suo apice in Stranger Things, vero e proprio omaggio al cinema fantastico di Spielberg e compagnia bella.
Sempre a quegli anni, ma più seriamente, si riferisce This Is England di Shane Meadows, che ha espanso il film omonimo proponendo un vero e proprio viaggio nel tempo e nella cultura british. E P'tit Quinquin di Bruno Dumont? Uno spettacolo grottesco e surreale ambientato a Pas-De-Calais, tra trattori, mare, omicidi e spettacolari attori non professionisti: commovente.
Parlando di italì, Dov'è Mario? rappresenta l'ultimo domicilio conosciuto di Corrado Guzzanti, che mi manca moltissimo in questi tempi oscuri e confusi.
La serie cartoon migliore di tutte è The Amazing World Of Gumball di Ben Bocquelet, caleidoscopio esplosivo con tempi comici perfetti e l'immaginazione sempre al potere.
Come revival, direi che mi sono molto divertito con le nuove avventure del Doctor Who: un giro a bordo del TARDIS mi ci voleva proprio.

FILM
Di quelli che ho visto (al netto del delirio per la resurrezione del mondo Star Wars, con tutte le sue implicazioni nerd-generazionali) direi che mi sono rimasti impressi questi qua sotto (in ordine alfabetico).

Oro

Get out (Scappa) di Jordan Peele
Her (Lei) di Spike Jonze
Inside Out di Pete Docter
Jojo Rabbit di Taika Waititi
Kona fer í stríð (La donna elettrica) di Benedikt Erlingsson
Moonrise Kingdom di Wes Anderson
Roma di Alfonso Cuarón
Three billboards outside Ebbing, Missouri (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) di Martin McDonagh
Us (Noi) di Jordan Peele
Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo (Ōkami kodomo no Ame to Yuki) di Mamuro Hosoda

Argento

Booksmart (La rivincita delle sfigate) di Olivia Wilde
Boyhood di Richard Linklater
Frances Ha di Noah Baumbach
Gravity di Alfonso Cuarón
Lady Bird di Greta Gerwig
Le Tout Nouveau Testament (Dio esiste e vive a Bruxelles) di Jaco Van Dormael
Parasite di Bong Joon-ho
The Ballad of Buster Scruggs di Joel e Ethan Coen
The Florida Project (Un sogno chiamato Florida) di Sean Baker
The shape of water (La Forma Dell'Acqua) di Guillermo del Toro
Visages villages di Agnès Varda e JR

Bronzo

A girl walks home alone at night di Ana Lily Amirpour
Arrival di Denis Villeneuve
Eight Grade (Terza media) di Bo Burnham
Guardians of the Galaxy (Guardiani della Galassia) di James Gunn
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
La mafia uccide solo d'estate di Pif
Paterson di Jim Jarmusch
The man who killed Don Quixote (L'uomo che uccise Don Chisciotte) di Terry Gilliam
Toni Erdmann (Vi Presento Toni Erdmann) di Maren Ade
Shoplifters (Un affare di famiglia) di Hirokazu Kore'eda
Your Name. (Kimi no na wa.) di Makoto Shinkai

MUSICA
I primi dieci rappresentano il mio sforzo di inquadrare questo decennio dandogli una certa personalità, ben conscio che il grosso del pubblico ascolta ben altro: trap, it-pop, new r'n'b, eccetera. Nei secondi e terzi dieci affiora qualche dinosauro che mostra quanti anni ho.

Fiona Apple - The idler wheel is wiser than the driver of the screw and whipping cords will serve you more than ropes will ever do
Phoebe Bridgers - Stranger in the alps
Billie Eilish - Don't smile at me / WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?
PJ Harvey - Let England shake
Idles - Joy as an act of resistance
Sun Kil Moon - Benji
Sufjan Stevens - Carrie & Lowell
Kate Tempest - Let them eat chaos
Sharon Van Etten - Remind me tomorrow
XX - I see you

Alt-j - Relaxer
David Bowie - Blackstar
Nick Cave & The Bad Seeds - Push the sky away
Nick Cave & The Bad Seeds - Skeleton tree
Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi - There is no other
Jamie XX - In colour
Low - Double negative
Sleaford Mods - Divide & exit
Snail Mail - Lush
The Breeders - All nerve

Christine & The Queens - Chaleur humaine
Dinosaur Jr - Give a glimpse of what yer not
Lee Scratch Perry - Rainford
My Bloody Valentine - m b v
Bob Mould - Beauty & ruin
Omar Souleyman - Wenu wenu
Underworld - Drift Songs
Vampire Weekend - Modern vampires of the city
Wire - Silver/Lead
Wolf Alice - Visions of a life

Epilogo

Poco tempo fa, in un giorno come tanti, ho udito mia figlia chiamarmi come se fossero appena sbarcati gli alieni dicendo con orgoglio "Vieni a vedere!!! Ti hanno messo su *nome del più importante servizio internet geografico*!!!". E mi vedo proprio lì sul malefico schermo, fotografato in macchina davanti all'ingresso di casa, intento a farmi gli affari miei. Per sempre.


domenica 29 dicembre 2019

Dischi importanti: Pixies - Doolittle

Vaughan Oliver se ne è andato. Era un grande grafico e a lui si devono molte classiche cover di album dagli anni ottanta in giù, soprattutto per la benemerita 4AD. Desidero ricordarlo per il booklet di Doolittle dei Pixies, uno dei miei tre-quattro album della vita. Sul finire dei vituperato decennio postmoderno lo ascoltavo incessantemente, come ho già scritto qui. Da qualche mese è uscito il loro disco nuovo e non è neanche male, li volevo persino andare a vedere a Bologna ma la vecchiaia me lo ha impedito. Oh, capiamoci subito: io faccio parte della fazione "Senza-Kim-Deal-non-sono-i-Pixies", ma lasciamo stare questo argomento perchè il discorso sarebbe più lungo e più inutile del solito. I Pixies, dicevo. Ecco, forse a livello di alternative rock americano 80-90 ho macinato più strada con i R.E.M. e gli  Hüsker Dü, ma i Pixies per me sono stati comunque fondamentali perchè al momento giusto (trent'anni fa esatti) vennero da un altro pianeta e me lo fecero pure visitare. Nell'anno di grazia 1989 passavo più tempo da Muzak che a casa mia e, dopo aver studiato per bene i "classici", restavo in paziente attesa del mio disco generazionale. Ascoltavo con grande passione un sacco di roba, ma ero sempre un filo in ritardo, fuori tempo, sfasato, non in sincrono (ok, credo che ci siamo capiti): la cosa durò fino all'uscita di Doolittle. A dire il vero lo comprai qualche mese dopo l'uscita, ma a quei tempi non c'era l'attuale ansia anticipatoria compulsiva e poi non era - tipo - l'ultimo di Madonna (che avrebbe avuto una immediata e capillare copertura mediatica, anche senza i benemeriti social). E poi, chi li ascoltava a Russi 'sti Pixies? Io, Roto e (forse) qualcun'altro. Fatto sta che, letta una qualche recensione, Doolittle mi incuriosì talmente tanto che ben presto lo ordinai e mi misi in trepida attesa. Arrivò, lo comprai (dettaglio non irrilevante) e me lo portai a casa. Cominciai a venerarlo già a partire da quel bel libretto pieno di foto virate seppia aliene ma familiari, poi misi il cd in cuffia e ciao.

Debaser. Giro di basso infantile e squadrato ma seminale come pochi, frase di chitarra da inno nazionale, batteria spietata e parte la voce invasata ma molto seria di Black Francis che tira in ballo Luis Bunuel e i suoi occhi tagliati con la lametta. Il pezzo è un ottovolante con pieni, vuoti, stop & go, progressioni e catarsi conclusiva. "Maestra, cos'è l'indie rock?" "Debaser, ragazzi.".

Tame. Il pezzo più isterico che io abbia mai sentito: mai fuori dalle righe, ma fuori da tutto. Un mix fra il pop sixties e il grindcore. Le due voci sono una il perfetto contraltare dell'altra e l'effetto è un capolavoro. "Maestra, qual'è il pezzo migliore per pogare?" "Tame, ragazzi.".

Wave of mutilation. Un titolo dark per un pezzo punk-surf (tra l'altro la versione lenta è forse ancora più bella).

I bleed. Si tira un po' il fiato ma fino a un certo punto. Una cantilena deviata e bella carica.

Here Comes Your Man. Sorpresa! Una canzone di quelle vere, con melodia, ritornello e tutto quanto. Pezzo commovente.

Dead. Si torna a fare legna con qualche reminescenza Capt. Beefheart (non so perchè ma in questo pezzo ce l'ho sempre sentito).

Monkey Gone to Heaven. Che dire? L'ho sentita fino alla nausea, ma quando dice che se l'uomo è cinque il diavolo è sei e se il diavolo è sei allora dio è sette... è molto convincente, ecco.

Mr. Grieves. Alla fine questo forse è il mio pezzo preferito di Doolittle: nel giro di due minuti scarsi passa dal reggae (per modo di dire), al rockabilly, al blues. Il tutto con un tiro impeccabile.

Crackity Jones. "Maestra, qual'è il pezzo migliore per pogare?" "Crackity Jones, ragazzi." "Ma maestra, non era Tame?" "Prima una, poi l'altra, ragazzi.".

La La Love You. Per la serie: facciamo cantare al batterista un pezzo da balera (con tanto di fischio) e facciamola franca.

No. 13 Baby. Alla fine questo forse è il mio secondo pezzo preferito di Doolittle: serio e tosto, con un finale strumentale che vorrei durasse all'infinito.

There Goes My Gun. Riempitivo western? Ma ce ne fossero! I cori a due voci sono splendidi.

Hey. La pausa di sospensione dopo il primo "Hey!" ferma il battito cardiaco, poi parte un lentone distorto che fa cantare anche le pietre.

Silver. Pezzo di Kim Deal, ambientazione tipo città fantasma nel deserto e pelle d'oca.

Gouge Away. L'unico finale possibile per un disco del genere, ancora urla, chitarre, coretti e la voglia di rimettere su il disco dall'inizio.

P.S. Chiedo scusa, ma sono stato volutamente di parte. Al cuor non si comanda.

mercoledì 11 dicembre 2019

Riserva speciale 2019

















GHIANDE DI PRIMA SCELTA

Billie Eilish - WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?
Sharon Van Etten - Remind Me Tomorrow
Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi - There Is No Other
Lee Scratch Perry - Rainford / Heavy Rain
Fontaines D.C. - Dogrel
Kim Gordon - No Home Record
Coma_Cose - Hype Aura
The Specials - Encore
Meat Puppets - Dusty Notes
Underworld - Drift Series 1 Sampler

SECONDA SCELTA

Pixies - Beneath The Eyrie
Violent Femmes - Hotel Last Resort
Iggy Pop - Free
The Dream Syndicate - These Times
IDLES - Mercedes Marxist / I Dream Guillotine
Vampire Weekend - Father Of The Bride
Slowthai - Nothing Great About Britain
Kate Tempest - The Book Of Traps And Lessons
Trash Kit - Horizon
PicaPica - Together And Apart

mercoledì 27 novembre 2019

Dub, dub, dub






















Si può dire? Il reggae non va più di moda. Se chiedi in giro ti dicono che è roba per gli scoppiati di mezza età che frequentano i centri sociali (sempre che esistano ancora, gli scoppiati e i centri sociali). E dire che una volta, alla fine di quasi tutti i concerti, partiva immancabilmente Legend di Bob Marley e tutti belli rilassati. Oggi va forte il reggaeton, ma non ne voglio parlare se no farei la figura del vecchio che non capisce la modernità e mi salirebbe la pressione. In realtà a me, poi, del reggae interessa più che altro il suo derivato più creativo, cioè il dub. L'ho scoperto tardi, precisamente il 25 aprile del 1995 ad un concerto degli Almamegretta a Parma, ma da allora ciclicamente ne faccio uso a scopo ricreativo e pure terapeutico. Il dub nasce come remix del reggae, spolpando quest'ultimo per tenere quasi solamente il "riddim" (basso profondo e batteria ipnotica) aggiungendo echi e riverberi su parti minimali di voce, chitarra e altri strumenti (da non dimenticare la fondamentale melodica). Molti storici remix dub sono stati creati direttamente dal vivo dal bancone del mixer, giocando con i cursori alla "buona la prima" e via. Questa roba mi fa viaggiare e star bene senza bisogno di additivi. Il mio (e non solo mio) mito è Lee "Scratch" Perry, pioniere della musica giamaicana tutta e fondatore dei mitici Black Ark Studios (pare li abbia anche bruciati intenzionalmente, ma questa è un'altra storia). Quest'uomo è ancora in giro nonostante abbia un migliaio di anni e ogni tanto dia l'impressione di essere non sulla Terra ma su un'altra galassia. Quest'anno con l'aiuto di Adrian Sherwood (uno che di dub se ne intende e non poco) ha fatto uscire due album: Rainford e Heavy Rain (remix del primo con vari ospiti di prestigio). Una meraviglia per le mie orecchie e contro il logorio della vita moderna, che mi dà modo di perdermi fra gli spazi vuoti fra un suono e l'altro e ciondolare a bordo di una linea di basso proveniente dal cuore dell'universo.

mercoledì 20 novembre 2019

Rapid Sonic Youth Movement

In occasione dell'uscita della ristampa di Monster e dell'album solo di Kim Gordon (sorprendentemente buoni lavori entrambi) mi sono reso conto che, quando questo decennio era agli albori, R.E.M. e Sonic Youth erano ancora dignitose entità viventi nonostante gli splendori artistici fossero ormai alle spalle. Sono due dei gruppi che ho avuto modo di vedere dal vivo più spesso e mi hanno accompagnato per un lungo periodo delle mie scorribande musical-esistenziali: i R.E.M. come massima espressione del pop-folk-wave e i Sonic Youth alfieri dell'art-noise-rock. Entrambi legati ai Velvet Underground ed entrambi "ammericani", anche se in senso alternativo. Fino a dieci anni fa era diventata un'abitudine aspettare i loro nuovi lavori, fondamentalmente per andare ai concerti e perpetuare un rituale socioculturale probabilmente sostitutivo di una qualche religione o, più prosaicamente, del tifo per una squadra di calcio o simili. Improvvisamente chiusero baracca entrambi: i R.E.M. perchè non avevano più niente di nuovo da dire e non avevano bisogno di diventare gli Stones indie (per quello ci sono i Pearl Jam) potendo permettersi di campare di rendita, i Sonic Youth per un motivo più personale (la fine della coppia Gordon-Moore). Nel giro di poco mi sono quindi ritrovato orfano: l'uscita di Kim Deal dai Pixies e la scomparsa di Grant Hart degli Husker Du hanno poi chiuso definitivamente la porta su una parte importante della mia giovinezza e mi sono ritrovato con i capelli brizzolati (cit. carta d'identità) e più anni dietro che davanti. Resta il tenero ricordo delle bevande caldo-borghesi consumate dai sonici nei camerini del palazzetto di Cesena (mentre noi andavamo di sangiovese) e dell'ultimo tour di Stipe e soci con Bill Berry in formazione, quando Marlo mi scrisse "Let me in" sulla t-shirt arancione. Alè, chiusa la pratica nostalgia.

lunedì 18 novembre 2019

A sò curiós

Weekend novembrino epocale nella cittadina di provincia dove ho la residenza: a Russi si è svolto il Festival Della Curiosità, una scommessa vinta dalla nuova amministrazione assieme alla cosiddetta "comunità artistica locale". Ora, essere definito artista mi può anche stare bene, ma ovviamente mi imbarazza e come minimo la "a" la considero minuscola. Come ha detto Matteo Scaioli al termine della performance sonica che ha chiuso il festival: siamo tutti artisti e i più fortunati di noi riescono a trovare il modo giusto di esprimersi. Una delle mie solite canzoncine cenerentola (A sò curiós) è stata fatta diventare una regina grazie a Marco Zanotti, Francesco Cimatti e Duna. Durante la Parata Dei Curiosi sembrava un inno nazionale: sono frastornato e faccio fatica a credere che sia successo veramente, ma come sempre invito chiunque a provarci, perchè se ci son riuscito io... Con la Giulia (Torelli) e Duna abbiamo poi riempito la biblioteca con lo spettacolo Non lo sapevo, mix di arte e scienza con una forte impronta hip-hop (breakdance, writing e rap abbinate a logopedia, biologia marina e leggi della fisica). C'erano anche i Jean Fabry (special guest Maria Giulia Salvatori) e abbiamo persino avuto il coraggio di fare una versione rap de I pappi dei pioppi con botta e risposta del pubblico. La vita, come sempre, si rivela piena di sorprese. Basta essere curiosi.