Va beh, è inutile girarci attorno: siamo tutti figli della banana. Nel senso che noi, poveri appassionati di "musica popolare alternativa" (orribile definizione, ma tant'è) dobbiamo gran parte della nostra incurabile malattia a "The Velvet Underground & Nico", l'album "prodotto" da Andy Warhol nel 1966 (l'anno di Revolver e Blonde on blonde, per dire). Oltre ad assemblare la truppa in modi più o meno razionali e a cacciare la grana, il nostro eroe più che altro contribuì a realizzare la celeberrima banana di copertina - con tanto di adesivo "sbucciabile" che rivelava un interno tinto di rosa dalle molteplici (ehm) interpretazioni. Cosa si può dire di questo disco a sessant'anni dalla sua realizzazione? Intanto che per mille motivi è ancora fresco e appena sfornato, a differenza di tanti lavori altrettanto storici e importanti: la ragione è da ricercarsi nell'urgenza dell'esposizione, sia nella forma che nella sostanza (che si sa, in molti casi coincidono). In fondo i Velvet, che potevano sembrare un branco di scappati di casa senza vergogna - ma non lo erano, utilizzavano tematiche scabrose (sadomasochismo, droghe pesanti, eccetera) per arrivare a parlare di loro e dei loro turbamenti come chiunque potrebbe fare anche al giorno d'oggi. Questo si avverte in modo talmente evidente da avvalorare la famosa tesi di Brian Eno, secondo la quale i quattro gatti che comprarono il disco (megaflop commerciale) fondarono tutti delle band, avendo scoperto un gratificante modo di esprimere il proprio normale male di vivere. A livello compositivo si parte da una sorta di urban folk à-la-Dylan per approdare a morbidezze ultrapop graziate qua e là dalla irreale voce di Nico (apparentemente corpo estraneo, ma invece) e rumorismi inauditi fra l'avanguardia e la gioventù sonica che verrà. La viola di John Cale in Venus in furs è responsabile dei futuri esperimenti di Bowie, dei Roxy Music e della new wave tutta; i quattro accordi e la voce sgraziata di Lou Reed hanno figliato tutti gli underdog dell'universo indie, da Jonathan Richman ai Violent Femmes, dai Pavement a - in tempi recenti, per esempio - Courtney Barnett, The New Eves, le Horsegirl (e mi fermo perchè la lista sarebbe infinita); la chitarra solista senza assoli esibizionistici di Sterling Morrison è una dichiarazione di intenti definitiva, come pure la batteria metronomica e minimale di Moe Tucker (batterista donna quando era una bestemmia). Dopo essere passati quasi inosservati con una bomba del genere, tra uno scazzo e l'altro i Velvet hanno continuato a macinare imperterriti parole e suoni: i dischi successivi sono altrettanto importanti, soprattutto per la sporcizia del secondo, l'epica malinconia del terzo e i pezzi da novanta del quarto. La banana, però, è la banana. E noi siamo ancora qua, in trepida attesa di tutti i party del futuro, pronti a fare poi i conti con il malessere della domenica mattina e magari accettare finalmente la benedetta imperfezione dell'essere umano.


Nessun commento:
Posta un commento