domenica 30 maggio 2021

Novantasei

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nell'ultimo lavoro dei Coma_Cose c'è un pezzo dal titolo Novantasei, omaggio a quel periodo là che ultimamente sta ingenerando una sorta di nostalgia in chi non c'era e anche in chi invece c'era, come ciclicamente avviene coi decenni quando diventano "di moda". Il 1996 fu il mio ultimo anno da ventenne (sai che roba) e si stava facendo lentamente strada nella mia zucca l'idea che il famoso duemila non sarebbe poi stato tutto 'sto gran che. Ma non ci volevo credere e mi distraevo con le solite cose: film (Trainspotting), musica (Tricky, Beck, Stereolab), concerti (Blur, CSI) e soprattutto con la leggendaria tournée del Cirque Bidon in Romagna. Erano gli albori dell'internet e non c'erano cellulari: oramai non ho più una opinione granitica su questa faccenda, anche perchè dire che era meglio allora è un discorso talmente da vecchio che avvilisce. Sulla musica, che dire? Allora la si comprava ancora (a parte le cassette fra amici, progenitrici del peer-to-peer) e il compact disc regnava sovrano. Era il momento del crossover e più in generale delle ibridazioni stilistiche, prima della restaurazione dei cloni e delle nicchie da cui ci salverà solo il pop delle giovani generazioni. Ma lasciamo stare e largo ai capelli brizzolati e alla presbiopia! In questo inizio di 2021 ho già sentito aria di nineties nel neo post-rock dei Black Country, New Road e più recentemente in altri tre album.

Coma_Cose: Nostralgia
Loro mi piacciono dai primi lavori, hip-pop naif con giochi di parole di quelli che "arrivano dopo" e tanta voglia non tanto di essere fighi quanto di essere e basta. Questo EP esce dopo la partecipazione a Sanremo e contiene appunto il pezzo Novantasei, sorta di grunge da cartolina con ritornello esistenzial-surreale (Ma non uscire mai dalla mia testa/Se non lasci spazio a tutto quello che non mi interessa/Perché tu sei quello che vorrei/Perché ho sonno dal novantasei). Gli altri pezzi hanno dei titoli che parlano da soli: Mille tempeste, La canzone dei lupi (sul lato di noi che non sarà mai possibile addomesticare), Discoteche abbandonate (un plauso all'espressione "berlusconismo interstellare"), Fiamme negli occhi, Zombie al Carrefour. Quest'ultima mi fa sentire a casa perchè ho sempre avuto una strana fascinazione per i supermercati, nonostante l'avversione nei confronti del capitalismo brutto e cattivo. I Coma_Cose sono i classici "originali", grazie al cielo non hanno voci da Talent Show e non sono musicisti palestrati. La loro capacità di essere visibili è poi un valore aggiunto e non una svendita: l'importante è continuare su questa strada, che a mio parere ce n'è bisogno.

Dry Cleaning: New Long Leg
Sembrano quei pezzi dei Sonic Youth in cui Kim Gordon più che cantare, parla. E invece no: sono i Dry Cleaning, quartetto inglese fautore di un indie-rock-tipo-anni-novanta con la sua bella chitarra folk-metal, la sua sezione ritmica essenziale (in tutti i sensi) e... niente cantato. Narra la leggenda che la voce di Florence Shaw sia stata l'ultimo tassello di un puzzle che non riusciva a completarsi, ed effettivamente è difficile non notare la coesione di tutti gli elementi ascoltando i pezzi del gruppo. L'apatico e very-weird-english flusso semantico è un tutt'uno con la parte strumentale e, nonostante le due cose possano anche esistere una separata dall'altra, l'insieme è esponenzialmente esplosivo. Datemi vent'anni di meno e me ne starei sotto ai loro palchi a pogare finchè qualcuno non mi porta via.

Dinosaur Jr: Sweep It Into Space
Comunque, la cosa migliore è sempre risalire alla fonte. Chi meglio dei Dinosaur Jr per trovare il vero spirito dei novanta? Ehm, no. Innanzitutto le radici dei Dinosaur Jr stanno nella seconda metà degli anni ottanta, quando Husker Du, Sonic Youth, Pixies e compagnia cantante diedero vita all'ultima reale generazione del rock chitarristico, ovviamente figlio del punk e con inedite sfumature hard (da cui poi la coda del grunge). E poi, i "veri" Dinosaur Jr negli anni novanta non esistevano più, perchè già da Green Mind (1991) trattavasi praticamente di progetto solista di J Mascis sotto la vecchia ragione sociale. Per ritrovare la formazione originale con Lou Barlow (lui sì molto novanta, con Sebadoh eccetera) si deve aspettare la reunion del 2005 e i susseguenti cinque album, che in maniera molto coerente e a tratti anche sorprendente riprendono un discorso lasciato a metà e forniscono una più che dignitosa maniera di sbarcare il lunario ai vecchi eroi del tempo che fu. Quest'ultimo disco è ovviamente uguale agli altri: voce indolente, assoli come se piovesse, canzoni che a volte si elevano sopra la media e a volte no, capelli grigi (per chi li ha ancora), varie ed eventuali. La cosa bizzarra è che le recensioni (per quel che ancora possono valere) sono buone se non ottime: mancanza di competitors o nostalgia? Chissà. Io lo ascolto volentieri in macchina, a Roto invece non è piaciuto. Lui però ha meno pietà di me, io sono sempre stato più facile all'indulgenza.