domenica 29 marzo 2026

Dischi importanti: The Velvet Underground - The Velvet Underground & Nico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Va beh, è inutile girarci attorno: siamo tutti figli della banana. Nel senso che noi, poveri appassionati di "musica popolare alternativa" (orribile definizione, ma tant'è) dobbiamo gran parte della nostra incurabile malattia a "The Velvet Underground & Nico", l'album "prodotto" da Andy Warhol nel 1966 (l'anno di Revolver e Blonde on blonde, per dire). Oltre ad assemblare la truppa in modi più o meno razionali e a cacciare la grana, il nostro eroe più che altro contribuì a realizzare la celeberrima banana di copertina - con tanto di adesivo "sbucciabile" che rivelava un interno tinto di rosa dalle molteplici (ehm) interpretazioni. Cosa si può dire di questo disco a sessant'anni dalla sua realizzazione? Intanto che per mille motivi è ancora fresco e appena sfornato, a differenza di tanti lavori altrettanto storici e importanti: la ragione è da ricercarsi nell'urgenza dell'esposizione, sia nella forma che nella sostanza (che si sa, in molti casi coincidono). In fondo i Velvet, che potevano sembrare un branco di scappati di casa senza vergogna - ma non lo erano, utilizzavano tematiche scabrose (sadomasochismo, droghe pesanti, eccetera) per arrivare a parlare di loro e dei loro turbamenti come chiunque potrebbe fare anche al giorno d'oggi. Questo si avverte in modo talmente evidente da avvalorare la famosa tesi di Brian Eno, secondo la quale i quattro gatti che comprarono il disco (megaflop commerciale) fondarono tutti delle band, avendo scoperto un gratificante modo di esprimere il proprio normale male di vivere. A livello compositivo si parte da una sorta di urban folk à-la-Dylan per approdare a morbidezze ultrapop graziate qua e là dalla irreale voce di Nico (apparentemente corpo estraneo, ma invece) e rumorismi inauditi fra l'avanguardia e la gioventù sonica che verrà. La viola di John Cale in Venus in furs è responsabile dei futuri esperimenti di Bowie, dei Roxy Music e della new wave tutta; i quattro accordi e la voce sgraziata di Lou Reed hanno figliato tutti gli underdog dell'universo indie, da Jonathan Richman ai Violent Femmes, dai Pavement a - in tempi recenti, per esempio - Courtney Barnett, The New Eves, le Horsegirl (e mi fermo perchè la lista sarebbe infinita); la chitarra solista senza assoli esibizionistici di Sterling Morrison è una dichiarazione di intenti definitiva, come pure la batteria metronomica e minimale di Moe Tucker (batterista donna quando era una bestemmia). Dopo essere passati quasi inosservati con una bomba del genere, tra uno scazzo e l'altro i Velvet hanno continuato a macinare imperterriti parole e suoni: i dischi successivi sono altrettanto importanti, soprattutto per la sporcizia del secondo, l'epica malinconia del terzo e i pezzi da novanta del quarto. La banana, però, è la banana. E noi siamo ancora qua, in trepida attesa di tutti i party del futuro, pronti a fare poi i conti con il malessere della domenica mattina e magari accettare finalmente la benedetta imperfezione dell'essere umano.

giovedì 26 febbraio 2026

We have so many mistakes to make

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                      A conferma di ciò che ho sempre pensato - cioè che non si esce vivi dal 2025 - ho scoperto tardivamente l'ennesimo disco dell'anno (scorso): Phonetics On And On delle Horsegirl. Alè, via con il succinto (insomma) spiegone. 
Intanto, va detto che le ho scovate perchè apriranno per i Black Country, New Road e la cosa mi ha incuriosito - le nicchie funzionano così, si sa. Sono tre giovani ragazze di Chicago e questo è il loro secondo album. A proposito: sì, lo so, nonostante non mi affidi a nessun algoritmo ultimamente ascolto quasi solo giovani soliste o band al femminile: giuro che non lo faccio apposta, forse i maschietti hanno altri interessi o non suonano roba interessante - boh. Me ne frega qualcosa? NO.
Va beh. Si parte secchi con Where'd you go, una roba tipo Roadrunner di Jonathan Richman (cioè due accordi e un suono alla Velvet del terzo disco) e io sono già a posto. Il brano mostra la via per il resto dell'opera: pezzi minimali ma perfetti nella loro apparente semplicità, testi in cui le parole sono spesso sostituite da coretti sussurrati o semplici da-da-da-da, strumenti "usati" e non solo "suonati", canzoni che entrano in testa e ci rimangono, forti di quella universale malinconica eccentricità indie che tanti cuori ha conquistato. L'esempio più calzante è il singolo Julie: testo ermetico che rivendica il diritto di fare errori, drone di tastiera da rito religioso pagano, arzigogoli di chitarra apparentemente buona-la-prima. Ah, come mi piacerebbe essere ancora giovane per godermi appieno una canzone così, approfittando del famigerato spleen dei vent'anni (esiste, lo so). Gironzolando poi fra le tracce, si scoprono anche la filastrocca surreale 2468 (con un bell'incipit di violino stonato che ad un certo punto uno si rende conto che è la cosa giusta al posto giusto), la cavalcata chitarristica Switch off, il folk urbano di Frontrunner, eccetera, eccetera.
Ho recuperato anche il primo album (presenti addirittura gli ex Sonic Youth Ranaldo e Shelley), chiaramente ispirato all'indie chitarristico dei novanta. Queste lo hanno inciso mentre facevano le superiori e in quel periodo hanno pubblicato pure una cover dei Minutemen. Ma cosa succede a questa gioventù? Come mai non ascoltano Bad Bunny come i loro coetanei? Scherzo, viva Bad Bunny. 
Comunque, torniamo a bomba, cioè al secondo disco. Beh, il cambiamento è notevole - e in senso positivo, almeno per me. Più coraggiose, meno derivative, hanno trovato il loro linguaggio senza tanti effetti nostalgia e, come mille altri prima di loro, lo stanno usando per comunicare qualcosa di importante. Abbiamo così tanti errori da fare.