lunedì 21 marzo 2011

Equinozio

Ecco. Quando, dopo anni di schiavitù lievemente patologica, mi sono finalmente affrancato dal bizzarro legame coi numeri, le date, le posizioni delle stelle, ecc. ecc. arriva lui. Lui è il verdone (carduelis chloris) e proprio oggi, equinozio di primavera, è tornato a schiantarsi indomito sui vetri di casa mia. Perchè lo fa? Per attirare l'attenzione? E perchè PROPRIO OGGI? Ma allora è vero, c'è qualcosa di sensato nella numerologia, nelle stagioni, financo forse nell'oroscopo e nel Mibtel, e l'amico pennuto me lo sta facendo notare a modo suo: "Sveglia! E' primavera! Hey! Oh! Let's go!". Poi, quando l'estasi mistica sta per avere il sopravvento, un rigurgito di raziocinio mi porta a controllare il momento esatto dell'equinozio. Scopro che è stato ieri sera, alle 23.21. Anzi, quasi sempre è il 20 marzo. Ecco.

sabato 19 marzo 2011

Ch-ch-ch-ch-changes

Nell'agosto scorso, questa ragazza dalle splendide unghie è stata una delle 500 fortunate hostess invitate alla "Lezione di Corano" tenuta a Roma dal signor Muhammar Gheddafi, non più giovane dittatore della Libia, terra famosa per le sue simpatiche riserve petrolifere. Se non fosse che siamo in Italia, il paese più divertente del mondo, verrebbe veramente da chiedersi come sia stato possibile che in capo a sette mesi cotanto amore sia andato perduto: le nostre forze armate stanno partecipando attivamente all'offensiva contro l'ex amico per la pelle (il quale, per dire, sta usando le armi da noi fornitegli in base ad accordi più o meno recenti). In questo profluvio di risate, la gag più esilarante è quella del partito della Lega Nord, che pur di non vedere sul suolo italico (o padano che sia) un solo immigrato (libico) in più, si è trovata a votare assieme ai pacifisti contro il governo del quale fa parte. Capolavoro. Ma questa volta il portafoglio padano si è scontrato con portafogli più grandi di lui, francesi, inglesi o americani che siano. Il petrolio è sempre il petrolio, c'è poco da fare. Soprattutto adesso, dopo che il disastro nucleare giapponese ha improvvisamente trasformato la politica energetica di tutto il pianeta. Ma il capovolgimento più grosso di questi giorni bizzarri è avvenuto nientepopodimeno che sul mio balcone, dove ieri è spuntato per la prima volta un tricolore (!), giusto per ricordare ai tanti smemorati i 150 anni dell'unità d'Italia. Ch-ch-ch-ch-changes...

sabato 12 marzo 2011

0.03.14

Succede più o meno a tre minuti e quattordici secondi dall'inizio del pezzo. Il pezzo è quello che dice che è la fine del mondo come noi lo conosciamo (e io sto bene). In quel preciso momento, dopo un bucolico coro ipnotico, riparte l'elettrica e ci si prepara a saltare per il finale a rotta di collo. Credo sia lì che ci sono cascato. Era il1987, facevo il militare e Radio Tartaro mandava anche l'altra canzone, quella che va a colei/colui che amo. Con perfetto tempismo (e anche un po' in ritardo) scoprii uno dei miei gruppi di riferimento per i secoli a venire, quei marpioni dei R.E.M. da Athens, Ga. Da lì in poi ho imparato a memoria i vecchi classici, goduto dei momenti del successo planetario e sopportato con pazienza il lento ma inesorabile declino. Ora è fuori il nuovo disco, che nulla aggiunge e nulla toglie (il penultimo mi era piaciuto di più) ed è il solito momento di riflessione sul tempo che passa. Ricordo quando a Bologna tirarono fuori la cover di Syd Barrett a gettare un insperato ponte tra vecchio e nuovo, quando dovunque andavi sentivi dalle autoradio la canzone col mandolino, l'iniziale delusione quando uscì il disco automatico che si tramutò ben presto in stupore tra mille scuse a capo chino, l'ultimo concerto (ancora Bologna) prima che Bill Berry stesse male e il suo susseguente abbandono due anni più tardi, il cane a tre zampe che ha sempre stentato nonostante i bei concerti (altri due a Bologna) e la fine del mondo sempre più vicina. Sarà il latrato di Michael Stipe, saranno i coretti da chierichetto di Mike Mills, sarà quel mucchio di canzoni penetrate oramai sottopelle, saranno le cover senza vergogna, saranno i dinosauri sull'ampli di Peter Buck, sarà quel che sarà... ma io continuo a stare bene.

sabato 5 marzo 2011

Rivoluzione (punto terzo)

Magari a qualcuno può far piacere, ma per quel che mi riguarda sono sempre un po' turbato quando la banca e il gestore telefonico mi mandano gli auguri automatici di buon compleanno. Sarò anche il solito misantropo, ma se si potesse evitare sarei più contento, grazie.

lunedì 21 febbraio 2011

This time for Africa

(banale, ma spontaneo)

venerdì 18 febbraio 2011

Roba forte

Mi sento come Timothy Leary quando faceva gli acid test. Mi spiego meglio. L'altro giorno, preso dalla nostalgia (per i bei tempi sonori che furono) e dal rimorso (per la mole di musica scaricata a sbafo nei due ultimi lustri) ho fatto una mattana e ho acquistato il nuovo Radiohead, The king of limbs. Ovviamente sto parlando di un acquisto virtuale (con soldi reali) per ottenere un download che avrei facilmente raccattato gratis. Oltretutto, i Radiohead non rappresentano certo i classici artisti a rischio di sopravvivenza (e quindi da sostenere economicamente), però, dài, dovevo pure cominciare da qualche parte. Oh, va detto che i Radiohead mi piacciono. A parte i classici degli anni novanta ho apprezzato molto roba come Kid A, uno degli ultimi dischi coraggiosi ad opera di un gruppo strafamoso atteso al varco. Torniamo a noi: giunto finalmente in possesso dei miei files wav, me li sono masterizzati e buttati su cd. Non essendoci le condizioni per un ascolto rumoroso (casalinga serata di febbraio con famiglia pronta a infilarsi sotto le coperte) ho optato per divano e cuffie. Attenzione, però: in casa si stava guardando in tv il festival di Sanremo, famosa manifestazione nazional-popolare italica a base di fiori, canzoni e réclame. La combinazione tra ciò che hanno udito le mie orecchie e ciò che hanno veduto i miei occhi è stata micidiale: mentre scorrevano i suoni stranianti dell'ennesimo spiazzamento di Yorke e soci ho visto l'impossibile. Giannimorandirobertdeniroalbanodashlavapiùbiancolapfmquelladeitelefoniniequellaltrachevacongeorgeclooneyitakethatriformatimancofosseroibeatlesqueiduelìchefannoicomicivandesfrooslafigliadizuccherolabelluccimicheleplacidovecchionifioriautomobilivioliniquellideitalentshow poi il disco finisce, e mi chiedo cosa diranno quelli che dall'estero beccano Sanremo col satellitare. Un po' come noi, che ridiamo dell'entertainment polacco, turco o cinese senza renderci conto di che razza di roba abbiamo qua, in questo bel paese delle meraviglie dove succede di tutto ma siamo in preda ad un'amnesia che azzera ogni giorno per ricominciare da capo, e va tutto bene. Anzi, benissimo. Ah, a proposito: non fate come me, dite no alla droga.

lunedì 14 febbraio 2011

Cruel nature has won again

Ricordo ancora con piacere l'annichilimento che provai al primo ascolto di Rid of me, nell'ormai lontano 1993. Polly Jean Harvey era una bestia, faceva un casino che mai. Un grunge all'inglese, diciamo così. Nel corso degli anni le cose sono cambiate varie volte, i suoi dischi hanno vissuto un alternarsi di umori e risultati, conservando a mio parere una fondamentale onestà di fondo. Belle le contaminazioni dark-electro di To bring you my love, un po' meno l'indie rock di maniera di Stories from the city, stories from the sea, ma tant'è. Si giunge ai giorni nostri dopo la svolta intimista di White Chalk, che nel 2007 ha visto la ex-ragazza giungere alla (inaspettata?) maturità. Quel disco lì ha gettato i semi per l'ultimo Let England Shake, una roba ancora da digerire ma che sull'onda dell'emozione pare veramente il suo disco della vita. Un "concept" sulle sanguinose guerre del passato e sulla decaduta Albione, capace comunque di suscitare sentimenti universali e di risvegliare quella natura a volte sicuramente crudele ma di cui tutti facciamo parte, nel bene e nel male. Certo, era più facile ammirare la Polly incazzata che imbracciava l'elettrica strillando di sangue e di mostri, che la signora con l'autoharp che ci canta di ... beh, di sangue e di mostri. Vedi mo', che le cose non cambiano poi tanto. Chissà cosa avrebbe detto il vecchio Peel!