martedì 4 giugno 2024

Lettera ad uno chansonnier romagnolo


 

 

 

 

 

 

 

 

Caro Giovanni,

facciamo finta per un momento che esista un aldilà, dove tu non abbia niente di meglio da fare che leggere i blog sfigati come questo: sono passati trent'anni dal nostro fugace incontro e in tutto questo tempo forse ogni tanto ti avranno fischiato le orecchie, perchè - insomma - hai cambiato la vita a me e agli altri miei compagni di avventura, tant'è che abbiamo addirittura "preso in prestito" il tuo nom de plume per andare in giro a cantare canzoni, sicuramente differenti da quelle che cantavi tu ma figlie dello stesso fuoco di cui ardevi con così tanta passione. Da quando hai cambiato universo, abbiamo avuto la faccia tosta di utilizzare, oltre al nome Jean Fabry, anche la tua voce e le tue immagini recuperate da antichi nastri magnetici. A volte mi sento come se ti avessimo mancato di rispetto, mentre in altre occasioni mi gonfio di orgoglio per aver fatto sì che la tua storia (o comunque quel poco che ne sappiamo) non sia andata perduta come quella dell'infinito numero di sconosciuti accecati dalla fatale luce dell'arte e dello spettacolo. In fin dei conti ti importava esibirti e quello hai fatto, fin quando hai potuto. Un po' come noialtri, che stiamo ancora qua a fare i pagliacci in un circo più grande di noi e ci siamo pure dimenticati il perchè. Per tentare di ricordarcelo, questo antico perchè, abbiamo messo in piedi la nostra impalcatura più instabile e velleitaria: una mostra, in occasione dei trent'anni di - chiamiamola così - attività. Grazie al Comune di Fusignano, che ci ha messo a disposizione quel piccolo ma magico spazio che è il Centro Culturale Il Granaio, abbiamo raccontato con immagini, oggetti, parole, suoni e visioni il nostro minuscolo percorso di gruppo musicale "alternativo". Durante le due settimane di maggio che hanno visto la mostra in funzione, la nostra famiglia musicale "allargata" ha condiviso per l'ennesima volta le tante bislacche peripezie prima vissute di persona e poi immagazzinate in modo fantasioso nei meandri delle nostre menti sempre meno affidabili. Proprio da Fusignano tutto è partito, dalla macchina in cui io e Pappi sentivamo i CCCP; poi è arrivata l'impresa del film Torbido Blok, con la sua bicicletta gialla ancora viva e vegeta; nel fatidico 1994 abbiamo imbracciato gli strumenti, fra cui la chitarra-che-pare-fosse-di-Vandelli; durante le prove è saltato fuori E zir d'e clomb; ti abbiamo incontrato al Pavaglione e ci siamo scambiati gli indirizzi dopo che io e Marlo siamo scesi dal nostro primo palco; abbiamo visto il Circo Bidone; abbiamo girato per concorsi e rassegne con vari nomi prima che Giulio ci facesse capire che il nome giusto per noi era proprio il tuo; grazie a Cantalupi abbiamo conosciuto gli universi paralleli; abbiamo deciso di suonare punk mentale; abbiamo portato in scena Zavaglio generale per non soccombere al zavaglio generale; siamo stati al Mataluna per raschiare assieme il fondo del barile; abbiamo registrato e pubblicato un disco chiamato Rotoballe; abbiamo conosciuto Radio NK con cui abbiamo omaggiato sia Jonathan Richman che il dialetto romagnolo; abbiamo cominciato a frequentare il Dunastudio per dare forma alle nostre mattane; ci siamo trasformati nei Capra & Cavoli per suonare il punk mentale assieme ai bambini; siamo stati innumerevoli volte a Cervia sperimentando sul palco del Festival delle arti; abbiamo candidato Molinari a sindaco; siamo andati a Parigi; siamo tornati da Parigi; eccetera, eccetera. Nel periodo della mostra abbiamo suonato al Brainstorm, abbiamo coinvolto una persona seria come Federico Savini per farlo parlare di Lorenz e dell'Artigiana Salumi, ci siamo riguardati Torbido Blok e in conclusione abbiamo ri-suonato, stavolta fuori dal Granaio. Di quest'ultimo spettacolo scriverò prossimamente. Non mi resta che salutare e, per l'ennesima volta, ringraziarti. Ciao Giovanni, perdona la nostra incoscienza. In cuor mio penso tu possa capire.





 

lunedì 29 aprile 2024

Gli occhi di Kristin

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciò che balza subito agli occhi sono - appunto - gli occhi. E non è una questione estetica, si badi bene: sono occhi spiritati ma tranquillizzanti, roba che a Salem forse non l'avrebbe passata liscia. Quando poi da quel corpo minuto esce quel rantolo, così sgraziato e così intonato, mi rendo infine conto che sono davvero al cospetto di Kristin Hersh, uno dei pilastri della musica alternativa (si chiamava davvero così, giuro) dei miei tempi, ancora viva e propositiva come non mai. Prima nel ricordo del perdente perduto Vic Chesnutt, poi con i suoi pezzi che paiono tutti nati nello stesso medesimo istante, figli di qualcosa che non è dato capire ma si avverte come familiare e "spostato" al tempo stesso. Gratis in un'officina di biciclette, ecco dove ho finalmente visto Kristin Hersh, dopo che nel 1995 al Reading Festival l'avevo intravista - rasata a zero, con i Throwing Muses - in uno schermo gigante e nulla più, perchè le bottiglie di birra che avevo con me mi obbligarono a fare dietrofront all'ingresso dell'area concerti. Ogni cosa a suo tempo, comunque: grazie ai marchigiani del Fuori! Festival ho avuto la fortuna di poter ascoltare un piccolo pezzo di storia musicale contemporanea, coi suoi arpeggi fra gli Appalachi e Bert Jansch, la sua voce fra Edith Piaf e Kurt Cobain (questa mi è venuta così, chiedo scusa a tutti) e le sue canzoni fatte di vita, colori, pensieri e un po' di sano rumore.

Gli occhi di Hieronymus

La mia passione per Hieronymus Bosch risale agli anni novanta del secolo scorso, quando sposai pure io una serie di teorie secondo le quali il Medioevo a) era sottovalutato b) non era mai finito c) non era mai esistito. Al netto di queste pinzellacchere, va detto che era destino che prima o poi cascassi nella trappola del fiammingo psichedelico perchè ho sempre avuto un debole per i visionari virati al grottesco (dai fumetti, al cinema, alla musica, eccetera). E allora vai a cercare i dettagli più assurdi per perdercisi dentro, complice il mistero che circonda l'uomo e le sue opere. Fino a questo mese non ne avevo mai vista una dal vero e forse non l'ho ancora fatto, perchè il Laatste oordeel drieluik (Giudizio finale) al Groeningemuseum di Bruges è attualmente di dubbia attribuzione. Il primo aprile (ovviamente) ero comunque in loco e un brividino l'ho provato. Anche il Belgio fa parte dei posti che non esistono, ma tutto sommato l'ho trovato abbastanza realistico, con le sue patate, il suo cioccolato, le sue bande dessinées e - appunto - i suoi maestri dell'arte figurativa (da Magritte a Ensor, e ho detto poco). Da vecchio sto continuando a cavarmi qualche curiosità anche se ovviamente i miei occhi non vedono più quel che vedevano (o credevano di vedere) tempo fa. Dio solo sa cosa vedeva Hieronymus: per fortuna era in grado di fissare per l'eternità su delle tavole di legno qualcosa che forse non capiremo mai ma che, proprio per questo motivo, è ancora in grado di scatenare emozioni e voglia di andare oltre il malefico conformismo che ci circonda.

lunedì 15 aprile 2024

Trent'anni di zavaglio

 Il 15 aprile 1994 con la performance de I pappi dei pioppi (la band) a Borgo Fratti cominciò ufficialmente la nostra avventura. Dato che siamo ancora qui (più o meno allo stesso livello di allora) abbiamo pensato di celebrare (in)degnamente l'evento con la pubblicazione sulle varie piattaforme online dei nostri album Fruga nel rusco, La televisione non esiste e Celacanto. Man mano verrà reso disponibile anche il resto (è una minaccia). Oltre a ciò... 



sabato 30 dicembre 2023

23

Non so cosa abbia visto il nostro gufo ma so cosa ho sentito io quest'anno: ecco venti album dalla a alla z.

Bas Jan - Back To The Swamp
Baustelle - Elvis
Black Country, New Road - Live At Bush Hall
Blur - The Ballad Of Darren
Boygenius - The Record + The Rest
ĠENN - unum
PJ Harvey - I Inside The Old Year Dying
Kristin Hersh - Clear Pond Road
Don Letts - Outta Sync
Madame - L'Amore
Angeline Morrison - The Sorrow Songs-Folk Songs of Black British Experience
Billy Nomates - Cacti
Pere Ubu - Trouble On Big Beat street
Caroline Polachek - Desire, I Want To Turn Into You
Olivia Rodrigo - GUTS
Paul Simon - Seven Psalms
Sleaford Mods - UK GRIM
Sufjan Stevens - Javelin
The Bad Ends - The Power And The Glory
Yo La Tengo - This Stupid World

E tre singoli.

Billie Eilish - What Was I Made For
The Beatles - Now And Then
Underworld - Denver Luna

E basta,ciao.

giovedì 30 novembre 2023

Let me go, boys

Mescolare il folk irlandese al punk. Adesso è una cosa scontata, ma quando arrivarono i Pogues per molti di noi fu proprio un'epifania. Il becero luogo comune irlandesi-musica-alcool-casino si sparse ulteriormente nel globo terracqueo, ma chi se ne frega: io ci trovai solo un grande gruppo e delle grandi canzoni. Le grandi canzoni le scriveva un tizio con pochi denti ma storti e la voce del demonio: Shane MacGowan. Oggi, trenta novembre duemilaeventitre, Shane ha lasciato questa dimensione dopo che per almeno trent'anni lo si è costantemente dato per moribondo a causa dei suoi ripetuti eccessi. Non so cosa dire, la gente muore e gli omaggi postumi lasciano sempre il tempo che trovano, ma Shane è stato molto importante per me e per tante altre persone quindi un ricordo ci sta eccome. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo almeno tre volte e finchè campo ascolterò con piacere ogni tanto la sua voce. Quando da Muzak ascoltai per la prima volta If i should fall from grace with god aggiunsi un altro bel mattoncino nel muro della mia (mal) educazione culturale. Quest'uomo ha scritto - tra le altre - una delle più belle canzoni di tutti i tempi ed è stato un esempio di creatività espressiva fuori dal comune, anche senza conoscerlo di persona era facile volergli bene. Poeta è ormai una parolaccia ma in questo caso si potrebbe usare senza apparire banali. At salut, Shane.

If I should fall from grace with God
Where no doctor can relieve me
If I'm buried 'neath the sod
But the angels won't receive me

Let me go, boys
Let me go, boys
Let me go down in the mud
Where the rivers all run dry

This land was always ours
Was the proud land of our fathers
It belongs to us and them
Not to any of the others

Let them go, boys
Let them go, boys
Let them go down in the mud
Where the rivers all run dry

Bury me at sea
Where no murdered ghost can haunt me
If I rock upon the waves
No corpse shall lie upon me

It's coming up threes, boys
Keeps coming up threes, boys
Let them go down in the mud
Where the rivers all run dry

If I should fall from grace with God
Where no doctor can relieve me
If I'm buried 'neath the sod
So the angels won't receive me

Let me go, boys
Let me go, boys
Let me go down in the mud
Where the rivers all run dry

sabato 18 novembre 2023

Linguàza (o giù di lì)

E così, l'occasione per una serata tutta in dialetto è veramente arrivata. Lo storico Gabbiano di Conselice (dove in gioventù Pappi e Marlo ballavano la gnù vueiv) ha riaperto i battenti post-alluvione nella giornata di San Martino in versione "osteria romagnola" e i Jean Fabry (con tanto di Giulio alle pelli e Gnelez al coaching motivazionale) si sono esibiti in una sorta di Linguàza (o giù di lì) rispolverando per l'occasione svariate versioni in vernacolo di brani angloamericani di chiara fama. Pubblico ai tavoli come in una sorta di Festa Dell'Unità fuori tempo massimo, palco diviso con Cico dét e bèl & Mary Grace, service a cura di Gianlorenzo dei Reverse e Dagmar, facce conosciute e non, applausi, sbigottimento, acustica da sala da ballo, Gramadora a sorpresa e sabadoni per finire. Pensiero conclusivo: questo è stato per la Romagna un anno particolare ed è stato importante stringersi attorno alle tradizioni ma purtroppo le rogne non si accaniscono solo nella terra di liscio e piadina: la mattina dopo i volontari conselicesi sono andati nella Toscana a sua volta flagellata dalle alluvioni a ricambiare l'aiuto ricevuto in primavera. E il discorso si potrebbe allargare alle mille criticità vicine e lontane, naturali e non. Teniamo botta, tutti quanti.