mercoledì 11 dicembre 2019

Riserva speciale 2019

















GHIANDE DI PRIMA SCELTA

Billie Eilish - WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?
Sharon Van Etten - Remind Me Tomorrow
Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi - There Is No Other
Lee Scratch Perry - Rainford / Heavy Rain
Fontaines D.C. - Dogrel
Kim Gordon - No Home Record
Coma_Cose - Hype Aura
The Specials - Encore
Meat Puppets - Dusty Notes
Underworld - Drift Series 1 Sampler

SECONDA SCELTA

Pixies - Beneath The Eyrie
Violent Femmes - Hotel Last Resort
Iggy Pop - Free
The Dream Syndicate - These Times
IDLES - Mercedes Marxist / I Dream Guillotine
Vampire Weekend - Father Of The Bride
Slowthai - Nothing Great About Britain
Kate Tempest - The Book Of Traps And Lessons
Trash Kit - Horizon
PicaPica - Together And Apart

mercoledì 27 novembre 2019

Dub, dub, dub






















Si può dire? Il reggae non va più di moda. Se chiedi in giro ti dicono che è roba per gli scoppiati di mezza età che frequentano i centri sociali (sempre che esistano ancora, gli scoppiati e i centri sociali). E dire che una volta, alla fine di quasi tutti i concerti, partiva immancabilmente Legend di Bob Marley e tutti belli rilassati. Oggi va forte il reggaeton, ma non ne voglio parlare se no farei la figura del vecchio che non capisce la modernità e mi salirebbe la pressione. In realtà a me, poi, del reggae interessa più che altro il suo derivato più creativo, cioè il dub. L'ho scoperto tardi, precisamente il 25 aprile del 1995 ad un concerto degli Almamegretta a Parma, ma da allora ciclicamente ne faccio uso a scopo ricreativo e pure terapeutico. Il dub nasce come remix del reggae, spolpando quest'ultimo per tenere quasi solamente il "riddim" (basso profondo e batteria ipnotica) aggiungendo echi e riverberi su parti minimali di voce, chitarra e altri strumenti (da non dimenticare la fondamentale melodica). Molti storici remix dub sono stati creati direttamente dal vivo dal bancone del mixer, giocando con i cursori alla "buona la prima" e via. Questa roba mi fa viaggiare e star bene senza bisogno di additivi. Il mio (e non solo mio) mito è Lee "Scratch" Perry, pioniere della musica giamaicana tutta e fondatore dei mitici Black Ark Studios (pare li abbia anche bruciati intenzionalmente, ma questa è un'altra storia). Quest'uomo è ancora in giro nonostante abbia un migliaio di anni e ogni tanto dia l'impressione di essere non sulla Terra ma su un'altra galassia. Quest'anno con l'aiuto di Adrian Sherwood (uno che di dub se ne intende e non poco) ha fatto uscire due album: Rainford e Heavy Rain (remix del primo con vari ospiti di prestigio). Una meraviglia per le mie orecchie e contro il logorio della vita moderna, che mi dà modo di perdermi fra gli spazi vuoti fra un suono e l'altro e ciondolare a bordo di una linea di basso proveniente dal cuore dell'universo.

mercoledì 20 novembre 2019

Rapid Sonic Youth Movement

In occasione dell'uscita della ristampa di Monster e dell'album solo di Kim Gordon (sorprendentemente buoni lavori entrambi) mi sono reso conto che, quando questo decennio era agli albori, R.E.M. e Sonic Youth erano ancora dignitose entità viventi nonostante gli splendori artistici fossero ormai alle spalle. Sono due dei gruppi che ho avuto modo di vedere dal vivo più spesso e mi hanno accompagnato per un lungo periodo delle mie scorribande musical-esistenziali: i R.E.M. come massima espressione del pop-folk-wave e i Sonic Youth alfieri dell'art-noise-rock. Entrambi legati ai Velvet Underground ed entrambi "ammericani", anche se in senso alternativo. Fino a dieci anni fa era diventata un'abitudine aspettare i loro nuovi lavori, fondamentalmente per andare ai concerti e perpetuare un rituale socioculturale probabilmente sostitutivo di una qualche religione o, più prosaicamente, del tifo per una squadra di calcio o simili. Improvvisamente chiusero baracca entrambi: i R.E.M. perchè non avevano più niente di nuovo da dire e non avevano bisogno di diventare gli Stones indie (per quello ci sono i Pearl Jam) potendo permettersi di campare di rendita, i Sonic Youth per un motivo più personale (la fine della coppia Gordon-Moore). Nel giro di poco mi sono quindi ritrovato orfano: l'uscita di Kim Deal dai Pixies e la scomparsa di Grant Hart degli Husker Du hanno poi chiuso definitivamente la porta su una parte importante della mia giovinezza e mi sono ritrovato con i capelli brizzolati (cit. carta d'identità) e più anni dietro che davanti. Resta il tenero ricordo delle bevande caldo-borghesi consumate dai sonici nei camerini del palazzetto di Cesena (mentre noi andavamo di sangiovese) e dell'ultimo tour di Stipe e soci con Bill Berry in formazione, quando Marlo mi scrisse "Let me in" sulla t-shirt arancione. Alè, chiusa la pratica nostalgia.

lunedì 18 novembre 2019

A sò curiós

Weekend novembrino epocale nella cittadina di provincia dove ho la residenza: a Russi si è svolto il Festival Della Curiosità, una scommessa vinta dalla nuova amministrazione assieme alla cosiddetta "comunità artistica locale". Ora, essere definito artista mi può anche stare bene, ma ovviamente mi imbarazza e come minimo la "a" la considero minuscola. Come ha detto Matteo Scaioli al termine della performance sonica che ha chiuso il festival: siamo tutti artisti e i più fortunati di noi riescono a trovare il modo giusto di esprimersi. Una delle mie solite canzoncine cenerentola (A sò curiós) è stata fatta diventare una regina grazie a Marco Zanotti, Francesco Cimatti e Duna. Durante la Parata Dei Curiosi sembrava un inno nazionale: sono frastornato e faccio fatica a credere che sia successo veramente, ma come sempre invito chiunque a provarci, perchè se ci son riuscito io... Con la Giulia (Torelli) e Duna abbiamo poi riempito la biblioteca con lo spettacolo Non lo sapevo, mix di arte e scienza con una forte impronta hip-hop (breakdance, writing e rap abbinate a logopedia, biologia marina e leggi della fisica). C'erano anche i Jean Fabry (special guest Maria Giulia Salvatori) e abbiamo persino avuto il coraggio di fare una versione rap de I pappi dei pioppi con botta e risposta del pubblico. La vita, come sempre, si rivela piena di sorprese. Basta essere curiosi.

lunedì 30 settembre 2019

Lettera a Greta Thunberg















Cara Greta,
ho visto quanto eri incazzata alle Nazioni Unite e mi son preso paura. Ce l'avevi proprio con me e con quelli della mia generazione e ho capito che non ci perdonerete mai e ce la farete pagare. Cosa vuoi che ti dica? Hai ragione, avete ragione. Ricordo con tenerezza quando votai per la prima volta e apposi la crocetta sul simbolo del Sole che ride: altri tempi, c'era appena stata Chernobyl (che adesso è solo un telefilm) e la paura delle scorie nucleari aveva mobilitato le coscienze. La colpa era degli industriali cattivi e dei politici corrotti, bersagli facili negli anni ottanta hollywoodiani, quando non esistevano i toni grigi, le sfumature, i dubbi esistenziali: esistevano in musica, magari, e in qualche film d'essai che noialtri sfigati-alternativi correvamo a guardare in cerca di riferimenti culturali a noi affini, per sentirci dalla parte giusta della strada di periferia che avevamo cominciato fieramente a percorrere. Poi, i più fortunati di noi sono invecchiati (fuori e/o dentro) e nei tempi recenti, dopo anni di macchine a metano, di borracce ecosostenibili e di pellegrinaggi ai cassonetti della differenziata siamo finalmente arrivati qui: a guardare sconsolati proprio dentro a quei cassonetti, rimirando la stupidità umana al massimo del suo splendore, accontentandoci di trovare i rifiuti almeno dentro (anche se quasi sempre al posto sbagliato) e non al di fuori, come in attesa di astronavi aliene in cerca di reperti di una patetica civiltà sull'orlo dell'estinzione. Certo, che ci estingueremo. Succederà nonostante le trasmigrazioni su altri pianeti, succederà nonostante il raggiungimento della vita eterna (reale o virtuale) e il ginko biloba ci seppellirà tutti, prima di andarsene anche lui per poi tornare ciclicamente negli anfratti dello spazio-tempo, fermo eppur sempre in perpetuo movimento. Detto questo, fai bene ad avercela con noi e non badare a chi ti attacca dall'alto di una inesistente maturità aspettandoti al varco alla prima caduta, al primo errore umano, alle prime avvisaglie di trasformazione in caricatura. Ma chi se ne frega, come dicono quelli che si vantano delle proprie zozzerie ambientali: rimarrà nella irrilevante storia dell'uomo  le tua incazzatura di quel giorno, a perenne memoria della nostra imperfezione e inutilità.
                                                                       Melampo
                                                                      
                                                                                                      

domenica 15 settembre 2019

VENTICINQUE

Ogni tanto bisogna fare mente locale e riconoscere la fortuna che si ha. Essere nato in questo periodo storico, in questa parte del pianeta Terra, ha fatto sì che mi trovassi una sera di settembre dell'anno 2019 nella città di Forlì (Romagna, Italia) per celebrare i venticinque anni di attività dei Jean Fabry, il gruppo "musicale" di cui ho l'onore di fare parte. Venticinque anni fa era il 1994: Silvio Berlusconi ci mostrò quanto fosse facile passare dalle televendite al potere politico, il povero Kurt Cobain ci mostrò ancora una volta che soldi e successo non fanno necessariamente la felicità e internet era ancora fantascienza. In quegli anni chi era appassionato di musica poteva ancora giocare con i concetti di "mainstream" e "alternativo" e soprattutto si poteva ancora dichiarare pubblicamente che non ti piacevano i Queen senza essere linciati. Io, Pappi e Marlo eravamo già vecchi ma cominciammo a fare quello che i dettami del punk dicevano: tutti possono mettere su una band. E così fu. Sempre in quell'anno incontrammo il Maestro Giovanni Fabbri in arte Jean Fabry, che con il suo entusiasmo naif ci diede l'ultima spintarella ed eccoci ancora qua, dopo un quarto di secolo, a far finta di suonare. E' chiaro che, senza l'aiuto di tutti gli amici che ci hanno preso in simpatia lungo la strada, saremmo già tornati nei ranghi e non finiremo quindi mai di ringraziare sentitamente chi ha assecondato la nostra beata incoscienza. Detto questo, quello che è andato in scena ieri sera davanti ai Musei San Domenico è stato un evento - attenzione, partono le iperboli - epocale, irripetibile e commovente. Diamo i numeri: due ore e mezza di spettacolo, tipo i Cure o Vasco Rossi, davanti ad amici/parenti/perfetti sconosciuti con l'enorme apporto dei fonici delle Tre Civette che hanno dovuto fare i miracoli per farci sembrare quasi un gruppo vero e non il branco di sprovveduti che in realtà siamo; venticinque pezzi tratti da tutto l'arco della nostra "produzione" (riesumazioni preistoriche come Nero, La grande tavana, La liturena e un pizzico di Capra & Cavoli con Dove si nasconde il camaleonte); svariati momenti di "rilassatezza" (leggasi i soliti discorsi a vanvera con la solita complicità del pubblico). Sul palco con noi: l'immancabile Sindaco Molinari, che ha orgogliosamente proposto la sua versione della nostra Quant ridar più La Balilla in romagnolo; Miguel degli MM40, con il quale abbiamo duettato (!) su Come together (per i 50 anni di Abbey Road dei Beatles) e su Rotoballe; grande ritorno di Giulio al rullante selvaggio per spingere l'acceleratore verso lidi sempre più noise (abbiamo rispolverato addirittura Zavaglio generale, in versione tascabile ma pur sempre pregna di nessun significato); dulcis in fundo Mauro Cavalazzi al sax (ci siamo conosciuti giusto ieri grazie a Francesco, già colpevole di averci contattati per la serata) che si è esibito con noi in una incredibile (in ogni senso) versione di Ginko biloba, a dimostrazione che, nonostante tutto, il mondo ha ancora bisogno di punk mentale.

venerdì 13 settembre 2019

Vecchie glorie del rock locale

L'idea era quella di ricordare Muzak, il negozio di dischi che negli anni ottanta a Russi di Romagna divenne ben presto un salotto dove parlare di musica, cinema, libri e altre robe attualmente in via di estinzione. Con alcuni degli avventori storici abbiam messo su una serata musicale in cui ognuno faceva un po' quello che gli pareva: il Maestro Carnevali, per dire, ha eseguito all'ocarina una selezione di brani di Morricone; Frassi e Balducci sono andati su Neil Young, Simon & Garfunkel e via dicendo, Gilò ha fatto dei pezzi suoi (con sua sorella Gloria) più "Ho veduto" dei New Trolls su espressa richiesta di Deny. Quando quest'ultimo ha detto due parole sui tempi che furono, mi son cavato la voglia di accennare in sottofondo "Bad moon rising" dei Creedence poi, come al solito, mi son calato nella parte "alternativa". Assieme a Gello (sax) e Sintini (basso, contrabbasso, chitarra) siamo passati da "A vrebb t'foss aquè" (i Pink Floyd in dialetto romagnolo, provenienti dallo spettacolo Linguaza) ad un pezzo composto per l'occasione ("Bar Muzak", dove ho cercato di tornare indietro di trent'anni e al tempo immobile passato sulle poltrone del negozio), fino a spingerci a "L'avvelenata" di Guccini (il famoso "pezzo con le parolacce" che si metteva su di nascosto sui pullman delle gite parrocchiali), "Ottocento" di De Andrè (dove un malefico rospo in gola mi ha impedito di fare uno yodel come si deve) e - sacrilegio - "Smoke on the water" senza chitarra e con voce baritonale. Bella serata, nostalgia a go-go e curiosità suscitata in chi non aveva idea di cosa stessimo parlando. Sul "Carlino" ci hanno chiamati "vecchie glorie del rock locale" e mi son sentito di dover puntualizzare che magari vecchi sì, ma rock anche no. Bravetti, con la sua bella t-shirt "Punk mentale" (pezzo unico) ha applaudito convinto.