domenica 23 giugno 2019

Radical Twist


JEAN FABRY
RADICAL TWIST

1. Costituzionale alé alé 2. Tra un virus e un velox 3. Rido'n'Dante 4. Sotto il sole digitale 5. Tutto e il contrario di tutto 6. ...e vien dal Malcantone 7. L'ultima volta che vado a votare 8. Va pu là 9. La vita fuori dall'internet 10. Radical twist

Antonio Baruzzi: voce, chitarra
Davide "Marlowe" Bassi: voce, tubofono (6), megafono (1,7), raganella (8)
Claudio Molinari: kazax (4), voce (6,9)
Paolo Pappi: tastiere

registrato da Andrea Scardovi
al Dunastudio di Russi (RA) tra febbraio e maggio 2019

grafica: Daniele Zini

Free download su http://www.jeanfabry.net/
E più precisamente qui http://www.jeanfabry.net/audio/RS010_Radical_twist.rar

domenica 16 giugno 2019

One more time

Dopo il famoso (chez nous) cd "Se non vuoi perdere i pezzi" si poteva tranquillamente chiudere bottega con lo studio di registrazione, ma a me piace talmente tanto frequentare quei luoghi che ho proposto agli altri due Jean Fabry di investire il fondo cassa in una nuova impresa discografica: one more time, come direbbe Jonathan Richman. Un po' di pezzi nuovi da parte c'erano e dopo sei mesi di "lavoro" eccoci qua: il nostro buon vecchio hobby ha prodotto un altro album, che sarà disponibile al solito buon vecchio free download sul buon vecchio sito internet. A proposito di internet: il tema generale dei dieci pezzi è proprio esso, anche perchè io son diventato un bel po' paranoico e 'sta cosa dei social mi fa andare (ancor più) giù di testa. Comunque abbiam fatto tutto da Duna come sempre, ché lui ci conosce, ci valorizza e soprattutto ci sopporta. Formazione a trio con: batteria elettronica fine novecento prevalente più del solito (nonostante dal vivo mi rompa le balle usarla), chitarra elettrica rispolverata dal giurassico per quel bel suono marcio che mi ha fatto tanto bene in gioventù, tastierazze trash-vintage by Pappi (e a ben pensarci, qui mi scappa da ridere perchè c'è stato un tempo in cui, oltre al cantato in italiano, la cosa che proprio non reggevo erano le tastiere) e per finire le consuete vociacce. Il sindaco Molinari ha fatto un paio di guest vocals e soprattutto ha suonato il kazax. Marlo col tubofono ha fatto la performance della sua vita e durante le sessions la magia (leggasi "il caso") ha fatto capolino più di una volta. Come si suol dire: se finisse qua sarebbe un lieto fine.

domenica 9 giugno 2019

Giavuloni

La mia attività di "suonatore" con i Jean Fabry è oramai venticinquennale ed ha attraversato varie fasi: quella iniziale della -chiamiamola così- "necessità espressiva", quella velleitaria in cui anelavo al cosiddetto "riconoscimento artistico", quella "sociale" (soprattutto con la costola per famiglie dei Capra & Cavoli) fino a quella attuale: un hobby stravagante per qualche sana scampagnata lontano dalla realtà di tutti i giorni. Lungo la strada abbiamo conosciuto tanta gente che ci ha fatto compagnia, ma mai mi sarei aspettato ciò che è accaduto l'altro giorno a Ravenna. Il Maestro Antonio Sodano (che ha anche partecipato all'album "Se non vuoi perdere i pezzi") ha pensato bene di sposarsi con Saveria nella prestigiosa cornice della Loggetta Lombardesca (tra l'altro la celebrante era Sara Ardizzoni che, fra le tante cose, suona pure coi Massimo Volume) in un bel pomeriggio di giugno. Dovete sapere che questi due (che non ringrazierò mai abbastanza) hanno adottato come "mantra" personale la nostra canzone E la balena (pare protegga dagli spiriti maligni!) e, insomma, ci hanno chiesto di suonarla in chiusura di cerimonia con tanto di coro degli astanti. Io e Marlo (con la collaborazione del testimone Alberto al flautino) l'abbiamo quindi eseguita con trasporto e incredulità: tra l'altro la bomboniera reca addirittura il testo della canzone. Ecco, io non ho ancora capito bene cosa sia successo e quando guardo quei confetti (i "giavuloni" in italo-romagnolo) mi prende un misto di malinconia e di imbarazzo e tutte le quattro fasi dei Jean Fabry di cui sopra si fondono in una sola.

Fatte robe che succedono, al mondo.

lunedì 15 aprile 2019

Senza una ragione con un buon motivo

Sono venticinque anni che I pappi dei pioppi se ne vanno in giro. La sera del 15 aprile 1994 io e Pappi debuttammo con quel nome lì alla ex casa del popolo di Alfonsine. Era una festa di compleanno e francamente non ricordo come ci arrivammo. Il nostro assetto era: io alla voce e alla chitarra di Vandelli (così chiamata perchè la cognata di Pappi ci ha sempre detto che era appartenuta al leader dell'Equipe 84 e se l'era trovata in casa dopo una Festa dell'Unità o giù di lì) e Pappi al basso indiano Hondo. Di solito usavamo anche la drum machine minimale DRP2 della Sony e l'ampli da basso valvolare Marshall dove collegavamo tutto. Non so se quella sera avessimo dietro questo ben di dio o se l'impianto si trovasse già in loco. Il mio microfono non aveva l'asta e lo attaccammo ad un treppiede di scope. Suonammo poco, probabilmente facemmo Roadrunner di Jonathan Richman e Spara Jurij dei CCCP, forse un pezzo nostro che si chiamava Ylenia (reazione scomposta al fastidioso tam-tam mediatico sulla sparizione della povera figlia di Albano e Romina) e forse qualcos'altro. Rammento che non sentivo bene niente, solo un gran rumore metallico e la mia voce persa nel rimbombo sotto i neon. Breve e poco gradevole: la classica prima volta. La cosa bella è che eravamo il gruppo spalla dei Kaori Kitchen, il cui cantante era Marlo. Adesso che ci penso, mi sa che furono loro ad intercedere per farci esibire. Tutto si era compiuto: i Jean Fabry erano già lì, in quei pochi metri quadri, pronti a conquistare il mondo. A proposito: com'era il mondo venticinque anni orsono? Inutile dire che quasi nessuno usava Internet. In Italia governava Berlusconi da pochissimo e si era un po' tutti sotto shock, Kurt Cobain era morto da pochissimo e si era un po' tutti sotto shock, insomma si era un po' tutti sotto shock e ognuno reagiva a modo suo. Noi, che eravamo già vecchi, cominciammo ad andare in giro a suonare. Ogni tanto capita ancora.

martedì 9 aprile 2019

il partito e la partita

Ma vogliamo veramente parlare di politica? Dài, va là, non scherziamo. Parliamo piuttosto del tempo, della primavera a singhiozzo e delle rondini indecise. O di calcio, ecco, parliamo di calcio. O di un altro sport a caso, che alla fine l'importante è solo vincere. No? Non è così? A partire da Cristiano Ronaldo, giù giù fino ai settori giovanili della provincia più preda dei social s'ode un sol grido: vincere! E vinceremo! Ma cosa dico? Ma no, il fascismo è una roba ormai morta e sepolta. Come il comunismo, del resto. Ma allora cosa ci facevamo domenica mattina io Pappi e Balbi in piazza a Russi vicino ad un bandierone con la falce e martello a cantare Addio Lugano bella, Son la mondina son la sfruttata e via andare? Non è che fossimo parte del mercatino del vintage che si teneva tutt'intorno a noi? La signora leghista della bancarella dietro al palco ci sfotteva amabilmente chiedendosi perchè non avessimo fatto anche Vecchio scarpone e intanto appiccicava foglietti con scritto Grazie Salvini e il cuoricino ben in evidenza. Proprio come alla partita. La signora sapeva bene che era già finita e aveva vinto lei, ma noi non volevamo mica giocare. Volevamo solo ricordare altre partite ben più importanti giocate tanto tempo fa, quando la posta in palio era nella peggiore delle ipotesi la pelle e nella migliore la dignità umana, altro che le botte di dopamina che ti arrivano guardando il campionato sullo smartphone in attesa di vincere anche le elezioni. Ma ci sono ancora le elezioni? Si vota online? Non è che ci mette lo zampino la solita giuria di radical chic che ribalta la volontà popolare dall'alto dei propri previlegi da snob? E contro chi votiamo? I migranti? Gli zingari che ci rubano le case? Gli arbitri che ci rubano le partite? Internet che ci ruba i dati personali? Ma non glieli avevamo dati noi? Basta, rivoglio Radio Capodistria e il programma di dediche dove mettevano su Mamma di Beniamino Gigli e poi Bandiera Rossa, mica come noi che in piazza non l'abbiamo neanche fatta e siamo riusciti a deludere anche i vecchi compagni nel bel mezzo del zavaglio generale dove tutto passa, resta solamente il rusco, tutto passa e va. Ecco, bravo radical chic, ci mancava solo l'autocitazione, hai fatto l'en plein. Adesso però, prego andare, che qua la gente per bene deve continuare a vincere.

martedì 12 marzo 2019

Che peccato













Sarò per sempre grato a Mark Hollis. Nel calderone del boom new wave/synthpop della prima metà degli anni ottanta, i Talk Talk rappresentavano l'anomalia: non erano fighi e lui non aveva una voce sensuale ma pezzi come Such a shame spaccavano di brutto, almeno a casa mia. La vera epifania, però, avvenne poco più in là, quando da Muzak arrivò Spirit of Eden: lo mise su, il mondo non se lo filò quasi per niente, la EMI licenziò i Talk Talk a causa del flop ma nonostante tutto mi resi conto che a me piaceva. Le atmosfere erano quanto di più lontano si potesse concepire in quel periodo di rinascita del rock testosteronico da "duri". Per qualche anno lo considerai un guilty pleasure (una di quelle debolezze di cui vergognarsi) poi, dopo qualche tempo, qua e là cominciarono ad affiorare degli estimatori di quella strana roba jazz/folk/mistica-ma-non-da-fricchettoni e venne fuori che universalmente veniva considerato un capolavoro al pari del seguito Laughing stock e del solo omonimo di Hollis, che purtroppo resterà figlio unico. Grazie quindi a quel buffo tipo con la berretta, le orecchie a sventola e la voce nasale: mi ha insegnato ad ascoltare non quello che dovevo, ma quello che volevo.

lunedì 4 marzo 2019

2019






















Da tempo ho questa matta idea del 2019 come di un anno "spartiacque", uno di quelli in cui succedono cose epocali, nel bene e nel male. Sarà poi così? Non so, fatto sta che il 2019 è arrivato da più di due mesi e me ne sono accorto solo adesso. Comunque, ai numeri si può far dire quel che si vuole e in buona sostanza sono tutte baggianate: son solo io, che probabilmente ho bisogno di un cambiamento e me lo sto inventando di sana pianta. Intanto ho visto il film Roma (bello) e qualche giorno dopo ho scoperto uno strano disco di canzoni "ispirate" alla suddetta pellicola: nel guazzabuglio di artisti vecchi e nuovi figura anche tale Billie Eilish (di cui potrei essere padre e, fatti due conti, volendo anche nonno), ragazza in procinto di diventare un fenomeno di massa come quelli di tanto tempo fa, in grado di unire hype e sostanza. Mi sono bevuto il cervello? Il fatto di avere una figlia adolescente c'entra qualcosa? Fatto sta che MI PIACE QUELLO CHE FA. Si tratta di bei pezzi pop (la maggior parte scritti col fratello, classe 1997) ben cantati e ben arrangiati, rimangono in testa e fanno il loro sporco lavoro molto meglio di tanta altra roba più accreditata ma mooolto meno autentica e fondamentalmente inutile. Forza Billie, non mi deludere e salva l'umanità dall'oscurità incombente.